Albrecht Dürer, La morte di Orfeo, 1494. Amburgo, Hamburger Kunsthalle. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Il 23 febbraio 1607 Carlo Magni, un gentiluomo della corte di Mantova, scrive al fratello a Roma che la sera seguente il principe farà recitare una favola singolare, perché «tutti li interlocutori parleranno musicalmente». Il giorno dopo, in una sala del Palazzo Ducale, davanti agli accademici Invaghiti e in pieno Carnevale, va in scena L’Orfeo di Claudio Monteverdi su versi di Alessandro Striggio. Il 1° marzo lo si replica. Di quelle due sere restano due libri stampati a due anni di distanza, e i due libri non finiscono allo stesso modo.
Il primo è il libretto, uscito a Mantova per l’occasione. Il secondo è la partitura, che Ricciardo Amadino stampa a Venezia nel 1609 con una dedica di Monteverdi al principe Francesco Gonzaga datata 22 agosto. Nel libretto, dopo aver perso Euridice per la seconda volta, Orfeo giura che non amerà più nessuna donna; sente avvicinarsi una schiera nemica e si ritira. Entrano le Baccanti, cantano inni a Bacco e si incitano alla vendetta contro l’uomo che ha offeso il loro sesso. Il resto il pubblico del 1607 lo conosceva da Ovidio: il cantore fatto a pezzi, la testa che scende lungo il fiume continuando a chiamare. Nella partitura, al posto delle Baccanti, scende dal cielo Apollo. Rimprovera il figlio per l’eccesso del dolore, gli promette che vedrà le sembianze di Euridice nel sole e nelle stelle, e lo porta con sé. I due salgono cantando «Saliam cantando al cielo», il coro chiude, una moresca congeda la sala.
Da qui nasce una leggenda che circola volentieri, e che questa rivista aveva perfino in agenda: Monteverdi vedovo che manda Orfeo agli inferi a cercare la propria moglie. Le date non la reggono. Claudia Cattaneo, cantante di corte, sposata con Claudio nel 1599, si ammala nell’estate del 1607, viene portata a Cremona nella casa del suocero medico e muore il 10 settembre, sei mesi e mezzo dopo la prima. Quando Orfeo scende nell’Ade davanti ai Gonzaga, lei è viva. Il lutto arriva dopo e cade, semmai, sulla stampa: è da vedovo che nel 1609 Monteverdi firma il libro in cui un padre consola un uomo inconsolabile. Ma nessun documento dice che scelse quel finale per ragioni sue, e la spiegazione più solida non passa per la biografia.
La propose Nino Pirrotta: la sala mantovana era troppo stretta per una macchina capace di calare un dio dal soffitto, e il finale con Apollo, forse previsto fin dall’inizio, quella sera non si poté montare. Altri pensano il contrario. Il liutista e direttore Stephen Stubbs è convinto che nel 1607 il pubblico abbia visto davvero le Baccanti, e che il cielo sia stato aggiunto per il libro. La musicologa Silke Leopold ha indicato un indizio curioso: la moresca finale, una danza sfrenata poco adatta a seguire un’apoteosi, potrebbe essere il residuo del vecchio finale, il ballo durante il quale le Baccanti sbranavano Orfeo.
In entrambi i casi la partitura del 1609 non fotografa uno spettacolo, lo riscrive per chi non c’era. È una stampa commemorativa, piena di indicazioni su quali strumenti suonarono in quale punto, pensata per lettori sparsi in tutta Italia, e un lettore lontano ha bisogno di una conclusione scritta più che di un mito da completare con la memoria. Così la prima opera rimasta stabilmente in repertorio ha due finali: uno per la sala di Mantova, uno per le biblioteche d’Europa. E il secondo ha vinto per una ragione semplice.
Nel 1615 Amadino ristampò la partitura, e il finale era ancora quello di Apollo. Della musica che accompagnava le Baccanti, se mai fu scritta, non è arrivata a noi una sola nota.
