della redazione di Melos
L’Orchestra Notturna Clandestina nasce nel 2016 per suonare Mozart dove non si suona Mozart. Il 15 novembre chiude il Romaeuropa Festival nella sala da concerto più grande d’Italia.
Il 30 aprile 2018, alle sei di sera, in un palazzo occupato di via di Santa Croce in Gerusalemme, un’orchestra che nessuna istituzione aveva invitato ha cominciato a suonare e ha smesso dodici ore dopo, alle sei del mattino del primo maggio. Trenta concerti, musicisti di ogni età e di mezza Europa, biglietto a venti euro con una clausola che non si legge nei teatri: chi non ce li ha entra lo stesso. Ospite d’onore Giovanni Sollima, che a un certo punto della notte ha diretto dodici violoncellisti di 100Cellos. Si chiamava Rave Clandestino di Musica Classica e la parola rave, quella sera, non era una trovata pubblicitaria: descriveva esattamente cosa stava succedendo dentro quell’edificio.
Otto anni dopo, il 15 novembre 2026, la stessa orchestra chiude il Romaeuropa Festival nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, duemilaottocento posti, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Il titolo è The Classical Rave Party. La clandestinità, evidentemente, ha vinto la causa.
La storia comincia prima del 2016, e comincia in un altro edificio occupato.
Nel 2012, al Teatro Valle, Enrico Melozzi e Giovanni Sollima mettono insieme cento violoncelli. Non era un numero simbolico, erano cento persone con cento strumenti dentro il teatro più antico di Roma, sottratto per tre anni alla sua destinazione amministrativa. Da quell’esperienza, che nessuno aveva programmato e che nessuno riuscì a ripetere altrove nella stessa forma, nasce l’idea che un’orchestra possa esistere fuori dal circuito che decide chi suona.
L’Orchestra Notturna Clandestina si costituisce a Roma nel 2016. Quarantacinque musicisti, in maggioranza sotto i trent’anni, passaporti brasiliani, argentini, ucraini, spagnoli, polacchi, colombiani. Il nome non viene dalla musica elettronica ma dal teatro: dal Teatro Clandestino che Tadeusz Kantor tenne in vita a Cracovia sotto l’occupazione nazista, provando in appartamenti privati spettacoli che le autorità avrebbero proibito. Chiamare così un’orchestra italiana del ventunesimo secolo è una dichiarazione di metodo. La musica si fa dove è possibile farla, non dove è previsto che si faccia.
Il repertorio, dal primo giorno, va da Mozart ai Nirvana passando per Pergolesi, e la cosa fa ancora arricciare qualche naso. Vale la pena ricordare che Mozart scriveva musica da ballo per le sale da gioco di Vienna e che il Don Giovanni fu accolto a Praga come si accoglie oggi un disco che tutti aspettano. L’idea che quella musica appartenga a una sfera separata è recente, ha poco più di un secolo, e non l’hanno inventata i compositori.
Chi ha visto un concerto dell’orchestra sa che la prima cosa a saltare è il protocollo.
Melozzi parla al pubblico prima dei pezzi, in italiano corrente, senza il tono da conferenza. Suona in mezzo agli altri invece di stare in piedi davanti a loro. Un critico lo ha definito un anti-direttore, e la definizione funziona a patto di leggerla nel modo giusto: non c’è nessuna rinuncia al mestiere, l’orchestra è preparata come si preparano le orchestre, ci sono le prove, le parti, gli attacchi. Cade l’apparato, non il lavoro.
Questa è la parte del progetto che più interessa a Melos, perché tocca il punto che ci ostiniamo a sollevare: il complesso di inferiorità del pubblico italiano davanti alla musica colta non è un fatto naturale, è un prodotto storico. Qualcuno, a un certo momento, ha stabilito che per stare in quella sala bisognasse sapere delle cose. L’Orchestra Notturna Clandestina lavora dalla parte opposta, sulla convinzione che al pubblico non si chieda di capire ma di lasciarsi portare.
Il primo rave, nel 2018, richiama migliaia di persone.
Il secondo, il 30 aprile 2019, torna nell’Auditorium Santa Croce di Spin Time Labs e alza il tiro: dodici ore, una quarantina di concerti, oltre cento musicisti, metà del programma dedicata a Mozart, dalla Sinfonia numero 25 alla Quaranta rivestita di ottoni, timpani, mandolino e tamburi africani, fino al finale del Don Giovanni. In mezzo, la prima assoluta di Don Giovanni all’Inferno di Melozzi, il clarinetto di Alessandro Carbonare, il pianoforte di Giuseppe Andaloro, il flamenco di Livio Gianola. Rai Radio 3 trasmette in diretta. Un pubblico che nei teatri d’opera non si vede quasi mai resta sveglio fino all’alba per ascoltare musica scritta duecentocinquant’anni fa.
Poi arriva il 2020 e le sale chiudono. Il rave, che era la forma più fragile e più contagiosa del progetto, si ferma. L’orchestra no: nel 2021 nasce la sezione di Milano, e l’ONC diventa la prima orchestra distribuita d’Italia, due nuclei che si compongono e si scompongono a seconda del programma. Arrivano il Ravenna Festival, il Macerata Opera Festival, la Notte della Taranta a Melpignano, le incisioni per Decca, i palchi di Sanremo. La stessa persona che dirige un’orchestra dentro un palazzo occupato dirige la finale del Festival della canzone italiana, e nessuna delle due cose è una concessione all’altra.
The Classical Rave Party chiude la quarantunesima edizione del Romaeuropa Festival, che quest’anno mette in fila oltre novanta spettacoli e circa mille artisti.
Sul palco della Sala Santa Cecilia, alle venti, l’Orchestra Notturna Clandestina con Giovanni Sollima, Niccolò Fabi, Alessandro Baricco, la Banda dell’Esercito Italiano, i pianoforti di Giuseppe Andaloro e Gloria Campaner, e poi Elsa Lila, Anastasio, Fasma. Biglietti da trenta a quaranta euro. La presentazione ufficiale del festival richiama esplicitamente la stagione delle notti romane del 2018 e del 2019, quella che il virus interruppe.
Il punto interessante non è l’elenco degli ospiti. È che una sala costruita per il rito del concerto sinfonico ospiterà per una sera la forma che quel rito ha sempre tenuto fuori dalla porta: la durata lunga, il pubblico che entra ed esce, la musica colta trattata come una festa e non come una cerimonia. Non è una novità storica, è un ritorno. L’accademia di Beethoven del 22 dicembre 1808 durò più di quattro ore in un teatro gelato, e conteneva due sinfonie nuove, un concerto per pianoforte, pezzi di messa e, a chiudere, la Fantasia corale, finita di scrivere pochi giorni prima. Ne parleremo presto, su queste pagine, insieme ad altre notti altrettanto smisurate.
Resta una domanda che nessuno ha ancora fatto ad alta voce, e che facciamo noi: un’orchestra che nasce clandestina e finisce nella sala più grande del paese, cosa diventa. Ci sono due risposte possibili. La prima è che l’istituzione assorbe, che il rave diventa uno spettacolo con il rave dentro, addomesticato dalla poltrona numerata. La seconda è che sia l’orchestra a entrare portandosi dietro la propria notte, e che a cambiare di posto sia la sala. Il 15 novembre, dalle venti in avanti, si vedrà quale delle due.
