Un pianoforte da concerto ha ottantotto tasti: cinquantadue bianchi e trentasei neri, dal la più grave al do più acuto, sette ottave e un quarto. È un numero che sembra naturale e non lo è. È il risultato di un secolo e mezzo di guerra commerciale fra fabbriche, e di due limiti fisici oltre i quali costruire non conveniva più.
Al principio i tasti erano molto meno. Lo strumento che Bartolomeo Cristofori mette a punto a Firenze attorno al 1700, il gravicembalo col piano e forte, ne ha poco più di quattro ottave. I pianoforti su cui suonava Mozart ne avevano cinque, dal fa al fa, e questo spiega una quantità di cose nelle sue sonate: certe frasi che sembrano ripiegarsi all’improvviso non sono scelte espressive, sono note che sullo strumento non c’erano.
Poi comincia la corsa. Beethoven la alimenta di persona, perché scrive costantemente oltre il limite disponibile e i costruttori lo rincorrono. Nel 1818 Broadwood, da Londra, gli manda in regalo uno strumento con sei ottave, e lui lo usa fino in fondo. Ogni ottava in più era un argomento di vendita: la fabbrica che offriva più estensione vendeva di più, e nell’Ottocento le case si superano a vicenda fino a sei ottave e mezzo, poi sette.
La corsa si ferma verso la fine dell’Ottocento, e il numero su cui si ferma è ottantotto. Da lì in poi Steinway e le altre grandi fabbriche standardizzano, e in un secolo e mezzo quella misura non si è più mossa. Le ragioni per cui non si è mossa sono due, e nessuna delle due è musicale in senso stretto.
La prima riguarda il telaio. Ogni corda tesa tira, e la somma di quelle trazioni su un pianoforte da concerto vale parecchie decine di tonnellate, sostenute da una piastra di ghisa. Allungare la tastiera significa aggiungere corde, quindi tensione, quindi peso e dimensioni, quindi un mobile che nelle case non entra e che nei teatri costa spostare. C’è un punto oltre il quale l’aumento non ripaga.
La seconda riguarda l’orecchio, e è la più interessante. Sotto una certa frequenza la percezione dell’altezza si degrada: si continua a sentire il suono, ma diventa difficile riconoscere quale nota sia, perché il fondamentale è debole e l’orecchio lavora sugli armonici. Nelle ultime note gravi di un pianoforte questo è già percepibile, e sono note che si usano per il peso, non per la melodia. All’estremo opposto succede il simmetrico: nell’ultima ottava acuta le corde sono cortissime, il suono si spegne quasi subito e l’intonazione precisa diventa un problema. Quelle note servono come lampi, non come canto. Aggiungerne altre, sopra o sotto, avrebbe prodotto tasti che nessuno userebbe.
Qualcuno ci ha provato lo stesso. La casa viennese Bösendorfer costruisce da oltre un secolo il modello Imperial, che scende più in basso e arriva a novantasette tasti. I tasti in più sono spesso colorati di nero o coperti, perché il pianista non si perda cercando il do sbagliato. Servono soprattutto per un effetto di risonanza: si tengono premuti in silenzio e le corde lunghe vibrano per simpatia sotto il resto del pezzo. Un paio di costruttori contemporanei si sono spinti oltre le otto ottave, ma restano curiosità da collezione.
La conseguenza pratica riguarda chi suona musica antica. Una sonata di Haydn eseguita su un pianoforte moderno viene fuori con un’abbondanza di risorse che l’autore non aveva, e con un peso al basso che quella scrittura non prevedeva. Non è un errore, è una traduzione, e vale la pena sapere che si sta traducendo.
Quindi ottantotto non è un numero perfetto. È il punto in cui, verso il 1880, il costo di aggiungere corde ha superato il vantaggio di averle, e da allora nessuno ha avuto una ragione abbastanza forte per rimettere in discussione il mobile.
