Enrico Melozzi
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Ritratto fotografico di Camille Saint-Saëns. Paris Musées, via Wikimedia Commons (CC0).

Il 9 marzo 1886 è Martedì grasso, e a Parigi, in casa del violoncellista Charles Lebouc, si fa musica per Carnevale. In programma c’è una novità che nessuno ha ancora sentito, una «grande fantasia zoologica» per un piccolo ensemble. Ai due pianoforti siedono Louis Diémer e l’autore, Camille Saint-Saëns; il flauto è quello di Paul Taffanel, il clarinetto quello di Charles Turban, e Lebouc suona il violoncello. È la prima esecuzione del Carnevale degli animali. Saint-Saëns l’ha scritto a febbraio, in vacanza in un villaggio austriaco vicino a Vienna, per divertire gli amici.

Gli amici si divertono molto. Il 2 aprile il pezzo si ripete nel salotto di Pauline Viardot davanti a Franz Liszt, che nove anni prima aveva fatto rappresentare a Weimar il Sansone e Dalila rifiutato dai teatri francesi, e che a fine luglio sarà morto. Si racconta che si godette le citazioni e l’orchestrazione. Negli anni seguenti il Carnevale gira per le case e le sale private di Parigi: entro il 1894 lo si esegue almeno una decina di volte, sempre con successo. Poi il compositore chiude la porta. Vieta le esecuzioni pubbliche e rifiuta di pubblicarlo. Un solo numero ottiene il permesso di uscire: Il cigno, dedicato a Lebouc, stampato nel 1887 per violoncello e pianoforte.

La ragione che tutti i biografi indicano è la paura per la propria reputazione di compositore serio. Ed è facile capirla ascoltando, dal leone con la sua marcia reale fino al finale, quello che i quattordici numeri del Carnevale fanno ai colleghi. Le tartarughe si trascinano sul cancan di Offenbach, lo stesso dell’Orfeo all’inferno, rallentato fino a diventare una marcia di bestie stanche. L’elefante è un contrabbasso che balla sulla leggerissima Danza delle silfidi di Berlioz. I fossili sono le melodie consumate dall’uso: canzoncine francesi, un’aria del Barbiere di Rossini e perfino un tema della sua Danse macabre, uno dei suoi pezzi più fortunati, ridotto a scheletro fra gli scheletri. Fra gli animali, poi, ci sono i pianisti, che fanno le scale inciampando come allievi al primo anno; l’aggettivo «principianti», stampato sulla partitura, lo aggiunse più tardi l’editore. Un uomo che dal 1881 sedeva all’Institut de France sapeva che a Parigi un accademico sorpreso a fare il verso ai colleghi, vivi o morti, smette presto di essere preso sul serio, e sapeva ancora meglio che un pezzo così, una volta stampato, avrebbe potuto oscurare tutto il resto.

Il divieto funzionò solo in parte. Il cigno, l’unico evaso e uno dei pochi numeri senza parodia, un violoncello che canta sopra l’acqua mossa dei due pianoforti, fece la fortuna che il compositore aveva negato agli altri tredici. Nel 1905 Michel Fokine lo trasformò in un assolo per Anna Pavlova, La morte del cigno, e quella pagina per violoncello diventò una delle immagini più riconoscibili del balletto del Novecento. Saint-Saëns fece in tempo a vederla girare il mondo mentre il resto della partitura restava nel cassetto. Nel testamento del 1911 scrisse che dopo la sua morte il Carnevale poteva essere pubblicato.

Morì ad Algeri il 16 dicembre 1921, a ottantasei anni. Il suo editore abituale, Durand, si mise subito al lavoro. Prima ancora che la partitura arrivasse nei negozi, il 25 e il 26 febbraio 1922, ai Concerti Colonne, Gabriel Pierné diresse la prima esecuzione pubblica completa del Carnevale degli animali. A marzo uscì la stampa. Il pezzo scritto per una sera di Martedì grasso aveva trentasei anni, e il suo autore era morto da dieci settimane.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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