Enrico Melozzi
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Antonio Salieri, ritratto di Joseph Willibrord Mähler. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Il 14 ottobre 1791, sette settimane prima di morire, Mozart scrive alla moglie una lettera di ottimo umore: ha portato in carrozza Salieri e la sua compagna a sentire il Flauto magico, e l’italiano non ha smesso un attimo di gridare bravo, dall’ouverture all’ultimo coro, dicendo che era un’opera degna di essere eseguita davanti ai più grandi monarchi. È l’ultima testimonianza diretta sul rapporto tra i due. Come si sia passati da quella carrozza al veleno, è una delle storie più istruttive sulla fabbricazione delle leggende.

La calunnia nacque trent’anni dopo, quando Salieri, vecchio e ricoverato con la mente ormai offuscata, si sarebbe accusato da solo del delitto, per poi ritrattare nei momenti di lucidità; i suoi due infermieri firmarono una dichiarazione: mai sentita una parola del genere. Ma Vienna chiacchierava, i nazionalismi musicali soffiavano, e nel 1830 Puškin trasformò il pettegolezzo in un piccolo capolavoro teatrale, Mozart e Salieri, da cui Rimskij-Korsakov trasse un’opera. Il resto lo fece il Novecento: Amadeus di Peter Shaffer e il film di Forman, capolavori anche loro, e anche loro dichiaratamente finzione, consegnarono al pianeta un Salieri mediocre e assassino. La finzione era così ben scritta che diventò memoria collettiva.

I documenti raccontano un uomo diverso, e francamente più interessante. La rivalità professionale con Mozart ci fu, con dispetti e fazioni, come in ogni corte; ma nel 1785 i due scrissero perfino una cantata a quattro mani per la guarigione di una cantante, Per la ricuperata salute di Ofelia, il cui spartito, perduto, è riemerso a Praga nel 2016. Da direttore dei concerti di corte, Salieri programmò e diresse la musica di Mozart per anni, anche dopo la sua morte. E soprattutto: fu il più grande insegnante della sua epoca. Alla sua scuola, per lo più gratuita per gli allievi poveri, passarono Beethoven, Schubert, Liszt, Czerny, Meyerbeer. E un ragazzino di nome Franz Xaver Mozart, il figlio minore di Wolfgang: Constanze, la vedova, scelse per lui proprio il presunto avvelenatore del padre. Difficile immaginare smentita più definitiva.

La leggenda comunque non morirà, perché risponde a un bisogno più forte dei fatti: quello di credere che il genio sia perseguitato dall’invidia dei mediocri, come quello di credere che Mozart sia morto povero in una fossa comune. Melos, per mestiere, sta dalla parte noiosa: quella dei documenti. Dove si scopre, quasi sempre, che la verità è meno teatrale della leggenda e più commovente: un vecchio maestro che insegna gratis al figlio del rivale morto.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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