Un’orchestra sul palco. Via Wikimedia Commons (CC BY).
C’è un piccolo rito che precede ogni concerto e che il pubblico applaude senza sapere bene perché. L’orchestra è già tutta seduta, e entra un ultimo violinista, da solo, che si prende l’applauso, fa cenno all’oboe, governa l’accordatura e si siede alla prima sedia a sinistra del podio. In Italia si chiama spalla, i tedeschi dicono Konzertmeister, gli inglesi concertmaster o leader, che è il termine più onesto di tutti.
La spalla è il vertice della piramide interna dell’orchestra. Decide, d’intesa con il direttore, le arcate di tutti i violini primi, che poi le altre sezioni d’archi adattano: cioè stabilisce, tratto d’arco per tratto d’arco, come respira metà orchestra. Suona i soli di violino che spuntano nelle partiture, dal valzer dei fiori allo Sheherazade. Fa da ponte istituzionale tra i cento professori e il podio: quando c’è una tensione, passa da lì. E nei secoli in cui il direttore come lo intendiamo oggi non esisteva, l’orchestra la guidava proprio lui, dal primo leggio, con l’archetto e le occhiate: il titolo tedesco, maestro del concerto, è il fossile di quell’epoca.
Per capire quanto conti, bastano due indizi economici e uno musicale. Il primo: nelle grandi orchestre la spalla ha un contratto a parte, spesso negoziato individualmente, e i Berliner Philharmoniker di spalle ne tengono in organico più d’una, trattate come solisti. Il secondo: quando un’orchestra va in crisi con un direttore, i giornali intervistano la spalla, non il secondo fagotto. L’indizio musicale è il più bello: in molte sale, un attimo prima dell’attacco, si vede la spalla muovere impercettibilmente la voluta del violino, e i primi leggii partire su quel gesto più che sulla bacchetta. Il direttore comanda il tempo, ma il suono degli archi si accende lì, a un metro dal podio.
C’è anche un’etimologia affettuosa da difendere: spalla, in italiano, è parola da teatro di varietà, il partner che regge il gioco del comico. L’orchestra l’ha adottata con precisione involontaria: il direttore fa il numero, la spalla lo regge, e il concorso per quella sedia è tra i più feroci della professione. La prossima volta che entra quell’ultimo violinista, l’applauso fateglielo sapendo a chi va: alla persona che, se il podio sparisse nel nulla, riporterebbe comunque tutti a casa.
