Pagina manoscritta del primo partimento del libro I di Fedele Fenaroli. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Il nome di Bonifazio Asioli oggi lo conoscono in pochi, ma per mezzo Ottocento italiano armonia significò il suo cognome: si studiava sull’Asioli come si impara oggi sull’eserciziario adottato in classe. Nato a Correggio nel 1769, enfant prodige che a otto anni componeva messe, Asioli fu il tipo d’uomo su cui si costruiscono le istituzioni: quando Milano napoleonica fondò nel 1808 il suo Conservatorio, il primo direttore, allora si diceva censore, fu lui.
I suoi trattati, il Trattato d’armonia e d’accompagnamento e le opere didattiche che ne discesero, fecero un’operazione storica precisa: tradussero in italiano moderno, ordinato e stampabile il sapere che i conservatori napoletani avevano tramandato per un secolo attraverso i partimenti, i bassi da realizzare al cembalo, aggiornandolo con quello che arrivava da oltralpe, Rameau e la sua scienza degli accordi. Il risultato era un metodo pratico, graduale, pensato per scuole pubbliche e non più per botteghe: il passaggio, epocale, dall’apprendistato all’istruzione. Se l’Ottocento italiano ha potuto produrre in serie maestri di cappella, concertatori e compositori d’opera, è perché una generazione intera si è formata su quelle pagine.
La storia però ha voluto aggiungere la sua ironia. L’istituzione che Asioli aveva fondato e ordinato, il Conservatorio di Milano, un quarto di secolo dopo applicò i propri regolamenti con tanta diligenza da respingere un diciottenne di Busseto di nome Verdi, come abbiamo raccontato qui pochi giorni fa. Le due storie vanno lette insieme, perché sono le due facce della stessa medaglia: la scolarizzazione della musica ha democratizzato un sapere che prima passava per nascita e fortuna, e insieme ha creato la burocrazia capace di non riconoscere il talento quando si presenta senza i requisiti. Asioli, che era un pratico, probabilmente avrebbe fatto entrare il ragazzo dalla porta di servizio.
Il suo trattato d’armonia sta nella biblioteca di Melos, in riproduzione, nello scaffale della teoria: una copia che profuma di scuola, con la pazienza degli eserciziari. È il libro meno glorioso della nostra biblioteca, e uno dei più importanti: i capolavori li scrivono i geni, ma i geni li prepara qualcuno che ha scritto un buon capitolo sugli accordi di settima.
