Enrico Melozzi
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Maurice Ravel, 1925. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Parigi, Opéra, 22 novembre 1928. Va in scena il nuovo balletto commissionato a Maurice Ravel dalla danzatrice Ida Rubinstein: un quarto d’ora scarso di musica costruita su un’idea che ha dell’esperimento di laboratorio. Due temi, ripetuti senza sviluppo per diciotto volte, sopra un ritmo di tamburo che non cambia mai, con la sola variabile dell’orchestrazione e un crescendo continuo dal pianissimo al fragore, fino a una modulazione, una sola, a un passo dalla fine. Alla prima, racconta la tradizione, una signora gridò al pazzo; Ravel commentò che quella, almeno, aveva capito il pezzo.

Il Bolero divenne in pochi anni la musica orchestrale più eseguita del pianeta, e il suo autore passò il resto della vita a spiegare, con la sua ironia asciutta, che si trattava di un equivoco. Le sue dichiarazioni sono documentate e convergenti: un esperimento sull’orchestrazione, diciassette minuti d’orchestra senza musica, un capolavoro, purtroppo vuoto di musica, come riportò il critico Calvocoressi che lo conosceva bene. Non era falsa modestia: era la diagnosi esatta di un orafo che aveva costruito, per gioco serissimo, una macchina di ossessione, e che vedeva il pubblico scambiare la macchina per una confessione sensuale. Ravel, l’uomo più pudico della musica francese, si trovò autore del pezzo più usato dal cinema per le scene di seduzione: l’ironia della storia non fa sconti.

C’è poi il capitolo che oggi si legge con un brivido diverso. Negli anni successivi al Bolero, Ravel cominciò a perdere le parole: la malattia neurologica che lo avrebbe ucciso nel 1937, mai diagnosticata con certezza e ancora discussa dai clinici, gli tolse progressivamente la capacità di scrivere e di trascrivere la musica che, diceva, continuava a sentire intera nella testa. Alcuni neurologi hanno ipotizzato, a posteriori, che l’ossessività del Bolero portasse già tracce del disturbo: è una suggestione indimostrabile, e va maneggiata come tale, ma aggiunge al pezzo un’ombra che il pubblico del 1928 non poteva sentire. L’ultima grande opera, il Concerto per la mano sinistra, scritto per il pianista Paul Wittgenstein mutilato in guerra, è il congedo di un artigiano supremo che costruiva perfezione mentre il suo strumento interno si spegneva.

Resta la domanda che il Bolero pone a chiunque scriva musica: può un esercizio di tecnica pura diventare un’esperienza emotiva di massa? La risposta del pubblico, da un secolo, è sì, e forse aveva ragione il pubblico: la macchina di Ravel è vuota come è vuoto un tamburo, che proprio per questo risuona. Lui non sarebbe d’accordo. Ma è il destino degli orafi perfetti: fare oggetti più grandi delle proprie intenzioni, e passar la vita a protestare con eleganza.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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