Il Theater an der Wien. Via Wikimedia Commons.
Vienna, Theater an der Wien, 22 dicembre 1808, un giovedì di gelo feroce. Il riscaldamento non funziona, o non esiste; il pubblico tiene i cappotti. Il programma che Beethoven ha organizzato per la propria accademia, il concerto a beneficio dell’autore, oggi farebbe svenire un direttore artistico: la prima esecuzione assoluta della Sesta sinfonia; l’aria Ah! perfido; il Gloria dalla Messa in do; il Quarto concerto per pianoforte con l’autore solista; e questo era solo il primo tempo. Dopo l’intervallo: la prima assoluta della Quinta sinfonia, il Sanctus della Messa, una fantasia improvvisata da Beethoven al pianoforte, e per finale la Fantasia corale, scritta all’ultimo momento apposta per la serata. Durata complessiva: attorno alle quattro ore. Al gelo.
Andò, per i canoni ordinari, malissimo. L’orchestra, raccogliticcia e con una sola prova d’insieme, era ai ferri corti col compositore, che in una prova precedente aveva litigato al punto da dover dirigere da dietro le quinte; nella Fantasia corale un equivoco sui ritornelli fece deragliare l’esecuzione, e Beethoven fermò tutto e fece ricominciare, umiliazione suprema, davanti al pubblico pagante. I resoconti dei presenti, dal compositore Reichardt in giù, oscillano tra l’ammirazione e lo sfinimento: troppa musica, troppo nuova, troppo freddo. In quella serata sbilenca, il pubblico ascoltò per la prima volta, una dietro l’altra, la Quinta e la Sesta: la serata peggio organizzata della storia dei concerti è anche, per densità di capolavori consegnati all’umanità in una volta sola, la più grande di sempre.
Perché la raccontiamo oggi. Perché l’accademia del 1808 è l’antenato nobile di una tradizione che ci sta a cuore: il concerto-fiume, la musica come esperienza di resistenza fisica condivisa, agli antipodi del formato da ottanta minuti con intervallo che il museo novecentesco ha standardizzato. È una tradizione che non è mai morta: passa per le maratone di Satie, per le notti bianche, e arriva alle esperienze che mescolano concerto e festa fino all’alba, come quelle da cui nasce il Classical Rave che il 15 novembre porta questa idea in Sala Santa Cecilia. La durata, in musica, non è un dettaglio logistico: oltre una certa soglia l’ascolto cambia natura, la stanchezza abbassa le difese, e il suono entra da porte che il formato breve non apre mai. Il pubblico viennese del 1808 uscì congelato, sfinito e con dentro la Quinta e la Sesta insieme: nessuna serata ragionevole gli avrebbe dato altrettanto. È la lezione che ogni epoca riscopre quando ha il coraggio di sforare: la misura giusta della musica non l’ha decisa il cartellone. Ogni tanto, bisogna tornare a controllare.
