Enrico Melozzi
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del Coro di Melos

Sesta e ultima puntata di sei. Diciassette mesi di Enrico Melozzi letti come un calendario, dalla Scala del 4 giugno 2025 alla Sala Santa Cecilia del 15 novembre 2026.

Il 4 giugno 2025, alle 20.30, Enrico Melozzi sale per la prima volta sul podio del Teatro alla Scala. Non dirige l’orchestra del teatro: dirige i 100 Cellos, cento violoncelli, in Tucidide. Atene contro Melo, testi e voce di Alessandro Baricco, musiche di Giovanni Sollima, che suona anche da solista, con Stefania Rocca e Valeria Solarino, serata benefica per la Fondazione Francesca Rava. All’annuncio, in febbraio, aveva detto a Il Centro: «Un annuncio assurdo, un sogno che si realizza», e poi «Dall’Ariston alla Scala. Due mondi diversi? No. Un solo grande viaggio». Da quella sera a domenica 15 novembre 2026 passano diciassette mesi. Questa puntata li legge uno per uno, come si legge un calendario appeso in cucina.

Chi ha seguito la serie sa da dove viene quel viaggio. La prima puntata raccontava il 30 aprile 2018, dodici ore di musica nell’auditorium di un palazzo occupato in via di Santa Croce in Gerusalemme, biglietto 20 euro e chi non li aveva entrava lo stesso. La seconda misurava il tempo che serve: il debutto da direttore nel 2002 all’Auditorium di Roma, i 100 Cellos nel 2012, la Clandestina nel 2016, il primo rave due anni dopo. La terza contava dieci Festival di Sanremo, con una vittoria, quattro podi e un ultimo posto. La quarta ascoltava il pop sotto l’orchestra, da Niccolò Fabi all’Arena di Verona a Silverlines di Damiano David. La quinta apriva il catalogo online delle opere: 34 titoli dal 1996 al 2023, e la pagina non è più stata aggiornata.

Nel 2018 il biglietto costava 20 euro e la sala era un auditorium rimesso in piedi dentro un’ex sede Inpdap. Il 15 novembre costa 30 o 40 e la sala è quella dell’Accademia.

L’estate 2025 porta a Pescara, il 20 luglio, la terza Notte dei Serpenti: Stadio del Mare, circa trentamila persone, Riccardo Cocciante, Rocco Hunt, Elettra Lamborghini, Paola Turci, e sul palco anche la Banda dell’Esercito Italiano. Il giorno prima Melozzi aveva detto a Il Centro, intervistato da Luca Telese: «Sperimentare è tutto. Odio musealizzare la musica». In televisione la serata va su Rai 2, in prima serata, il 9 settembre: 782.000 spettatori e il 5,94% di share, il dato più basso che la Notte abbia mai fatto. Dodici mesi dopo i numeri saranno altri.

Il 24 febbraio 2026 si apre il settantaseiesimo Festival di Sanremo, il decimo di Melozzi a contare dal 2012. Dirige le Bambole di Pezza in Resta con me, tredicesime, e Leo Gassmann in Naturale, ventottesimo su trenta; fra le Nuove Proposte Blind, El Ma & Soniko con Nei miei DM, eliminati in semifinale. Nessun podio, come già nel 2024 e nel 2025. Un anno prima aveva spiegato a Domani che Sanremo non è una gara, «è una trasmissione televisiva che deve fare ascolti», e che non si ragiona solo in digitale perché «l’orchestra è carne, sangue e respiro». Quarantasette giorni dopo la finale è di nuovo alla Scala.

Il 16 aprile 2026 dirige la Banda dell’Esercito Italiano, circa cento elementi, per gli ottant’anni della Repubblica, a sostegno della Fondazione Umberto Veronesi, con Giuseppe Andaloro al pianoforte e Paolo Oreni all’organo. Anche questa è una serata-evento fuori dalla stagione, non un invito dell’orchestra del teatro. Ma in programma c’è una cosa che il 4 giugno 2025 non c’era: un pezzo suo, l’Intermezzo sinfonico 1946, ricavato dal primo movimento della Sinfonia n. 3 in mi minore, incompiuta, e trascritto per banda da Filippo Cangiamila. È la prima esecuzione documentata di una musica di Melozzi alla Scala. Il catalogo sul suo sito, fermo al 2023, non la registra ancora.

Alla Scala del 16 aprile c’è una cosa che il 4 giugno 2025 non c’era: un pezzo suo. Il catalogo sul sito, fermo al 2023, non lo sa ancora.

Il 25 luglio 2026 la quarta Notte dei Serpenti torna allo Stadio del Mare: conduce Elettra Lamborghini, cantano Baby K, Raf, Patty Pravo, Mr. Rain, Clementino, le Bambole di Pezza di Sanremo, il soprano Carmela Remigio. La differenza la fa il televisore. Venerdì 4 settembre 2026 la serata va su Rai 1 in prima serata: 1.617.000 spettatori, 14,7% di share, programma più visto della sera. Nel 2023 la prima edizione era andata sulla stessa rete in seconda serata, alle 23.20, con 644.000 spettatori e l’8,9%; nel 2024 e nel 2025 era passata su Rai 2. Tre anni per salire dall’ultima fascia alla prima.

Domenica 15 novembre 2026, ore 20, Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, 2.800 posti: The Classical Rave Party chiude la quarantunesima edizione del Romaeuropa Festival, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, per i dieci anni dell’Orchestra Notturna Clandestina. La giornata si apre la mattina con i 100 Cellos, un mese dopo l’apertura di stagione al Teatro Verdi di Pordenone, prosegue nel pomeriggio con Philip Glass e alle 20 tocca all’orchestra. Sul palco Giovanni Sollima, Niccolò Fabi, Alessandro Baricco e la Banda dell’Esercito Italiano; con loro Giuseppe Andaloro, Giovanni Antonini, Alessandro Carbonare, Gloria Campaner, Carlotta Maestrini, Marta Sollima, Eugenio Degiacomi, Carlotta Dalia, Floriana Cicìo, Miriam Prandi e altri, con incursioni di Elsa Lila, Anastasio e Fasma. Melozzi dirigerà anche estratti da tre sue sinfonie: il catalogo ne elenca tre con quel nome in testa, la Sinfonia Concertante del 2007, la Sinfonia Notturna in re minore del 2020 e la Sinfonia n. 2 in mi minore del 2023, e la Scala di aprile ha fatto sentire un pezzo di una terza numerata, ancora incompiuta. Biglietti da 30 a 40 euro, sulla pagina di Romaeuropa e su Vivaticket. Nella stessa sala, nella stessa settimana, passano Kirill Petrenko e Antonio Pappano.

Guardate chi c’è. Fabi è il cantautore con cui l’orchestra aveva rifatto un repertorio per l’Arena di Verona, il 2 ottobre 2022, e con cui nel luglio 2023 aveva suonato Un rave classico a Russi, per il Ravenna Festival, venti euro in piedi. Baricco e Sollima sono i due della Scala del 4 giugno 2025; la Banda dell’Esercito è quella della Scala del 16 aprile 2026 e del palco di Pescara. Carbonare è il primo clarinetto di Santa Cecilia che il 30 aprile 2019 era andato a suonare nel palazzo occupato, e ora la Clandestina va a suonare nella sala sua; Andaloro c’era quella notte, alla Scala in aprile, e ci sarà anche domenica. Anastasio e Fasma sono due dei quattro cantanti che Melozzi diresse all’Ariston nel 2020. Degiacomi canterà il finale del Don Giovanni, Marta Sollima Embracing the Water, scritta a diciannove anni e arrangiata dal padre, e Carlotta Maestrini, che al primo rave aveva dodici anni, il giorno prima ne compie ventuno.

Il direttore dell’Ariston, il compositore della Scala e il fondatore dell’orchestra del palazzo occupato, per la prima volta nella stessa sera.

Va detto, prima dell’ultima riga, che nel 2026 Melozzi ha fondato anche Melos, la rivista che state leggendo. Il 30 aprile 2018 il biglietto costava 20 euro e la sala era un auditorium rimesso in piedi dentro un’ex sede Inpdap; il 15 novembre 2026 costa 30 o 40 e la sala è quella dell’Accademia. In mezzo stanno le date di questo calendario. Il direttore che in febbraio era sul podio dell’Ariston, il compositore di cui la Scala ha suonato in aprile un movimento di sinfonia incompiuta e il fondatore dell’orchestra nata nel palazzo di via di Santa Croce in Gerusalemme stanno per la prima volta nella stessa sera, davanti alla stessa platea. Sollima ha detto a questa rivista, a fine settembre, di aspettarsi «un evento sano e liberatorio, come è sempre stato»; Melozzi, nel programma di sala del Ravenna Festival del 2020, aveva scritto che «se il pubblico non capisce e non si diverte a un nostro concerto, allora siamo noi ad aver sbagliato». Domenica alle 20 la sentenza tocca alle 2.800 persone in sala, come lui stesso ha chiesto.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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