Erik Satie. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Arcueil, sobborgo operaio a sud di Parigi, luglio 1925. Erik Satie è morto da pochi giorni, e gli amici salgono per la prima volta nella stanza dove ha vissuto ventisette anni senza mai far entrare nessuno, letteralmente: nessun essere umano, per quanto se ne sa, aveva varcato quella soglia dal 1898. Quello che trovano è entrato nella mitologia del Novecento: una miseria ordinata e allucinata, dozzine di ombrelli, molti mai aperti, i celebri abiti di velluto grigio identici comprati in blocco ai tempi del periodo velvet gentleman, due pianoforti accatastati uno sull’altro, con i pedali legati, usati come archivio; e dietro il pianoforte, nei taccuini e tra le carte, composizioni che nessuno aveva mai sentito, tra cui i pezzi che oggi conosciamo come i Vexations e le musiche d’arredamento. E poi le lettere: pacchi di lettere indirizzate e mai spedite, molte alla stessa persona, Suzanne Valadon, la pittrice con cui aveva avuto, trent’anni prima, l’unica relazione documentata della sua vita, sei mesi nel 1893. Le aveva scritte per decenni, continuando una conversazione con qualcuno che non c’era più.
È facile fermarsi al ritratto dell’eccentrico, e Satie stesso lo aveva costruito con cura: il fondatore di una chiesa personale con un solo fedele, l’uomo che mangiava solo cibi bianchi secondo un suo scritto umoristico, il compositore che intitolava le opere Tre pezzi in forma di pera per rispondere a chi gli rimproverava la mancanza di forma. Ma dietro il personaggio c’era uno dei pensieri musicali più radicali del secolo. I Vexations, un foglio solo con l’indicazione di ripetere il motivo ottocentoquaranta volte, anticipano di mezzo secolo il minimalismo e la musica concettuale: quando John Cage li fece eseguire integralmente a New York nel 1963, con una staffetta di pianisti e diciotto ore di durata, il Novecento scoprì di avere avuto un profeta in un monolocale di Arcueil. La musique d’ameublement, la musica d’arredamento pensata per non essere ascoltata, è la profezia esatta di ogni playlist ambient e di ogni colonna sonora da supermercato: Satie aveva capito, con un secolo d’anticipo e con orrore allegro, che la musica sarebbe diventata un ambiente.
Il paradosso finale è che l’uomo più solitario della musica francese ne fu anche il più influente: Debussy lo orchestrò, Ravel lo riverì, i giovani del Gruppo dei Sei lo elessero padre, Cocteau e Picasso lavorarono con lui a Parade, e Cage ne fece il santo patrono di metà avanguardia americana. Tutto questo mentre ogni sera, per ventisette anni, tornava a piedi ad Arcueil, dieci chilometri, verso una stanza dove nessuno poteva entrare. Le lettere mai spedite sono la chiave più onesta del personaggio: un uomo che aveva trasformato la distanza dagli altri in un linguaggio, e la malinconia in una forma di precisione. La sua musica fa esattamente questo, ed è per questo che non invecchia.
