Francesco Bartolozzi (Italian, Florence 1728–1815 Lisbon) Charles Burney, April 1, 1784 British, Etching and stipple engraving; second state of three; plate: 7 1/2 x 6 in. (19.1 x 15.2 cm) sheet: 10 5/8 x 7 1/8 in. (27 x 18.1 cm) The Metropolitan Museum of Art, New York, Harris Brisbane Dick Fund, 1917 (17.3.756-1677) http://www.metmuseum.org/Collections/search-the-collections/377271
Nel 1770 Charles Burney gira l’Italia con un taccuino e una domanda che nessuno gli vuole risolvere. Vuole sapere dove vengano fatti castrare i bambini. A Milano gli dicono che si fa a Venezia. A Venezia gli dicono che si fa a Bologna. A Bologna, dove esiste una legge che lo vieta, gli dicono che si fa a Firenze. A Napoli, che di cantanti ne produce più di chiunque altro, gli dicono che si fa in Puglia. Burney annota tutto e scrive che ogni città rimanda a un’altra, e che non è riuscito a trovare nessuno disposto ad ammettere che si facesse in casa propria.
È il ritratto perfetto di un sistema che l’Europa ha praticato per due secoli fingendo di non praticarlo. L’operazione era vietata dalla legge civile e condannata dalla Chiesa, e nello stesso tempo la Chiesa era il principale datore di lavoro di chi l’aveva subita. La Cappella Sistina ha impiegato cantanti evirati fino al Novecento inoltrato.
Quanti fossero non lo sapremo mai. Circolano cifre da quattromila ragazzi l’anno, e vanno prese per quello che sono: stime ottocentesche senza registri dietro, ripetute per due secoli perché fanno effetto. Nessun ospedale teneva un libro di quelle operazioni, per la ragione ovvia che erano illegali. Quello che si sa con certezza è il meccanismo economico, e il meccanismo è peggio del numero.
Funzionava così. Una famiglia povera del Sud aveva un figlio con la voce bella. Un maestro di cappella o un procuratore passava, ascoltava, e faceva una proposta: il ragazzo entra in collegio, mangia, impara, e se va bene fra dieci anni guadagna quanto un notaio. La condizione era un’operazione fatta a otto o dieci anni, prima della muta, da un barbiere o da un chirurgo di paese, senza anestesia, con una percentuale di morti che nessuno ha mai contato. Le famiglie dichiaravano, quando serviva, che era stata necessaria per una malattia, o per la caduta da cavallo, o per il morso di un maiale. Il morso di un maiale è una giustificazione che ricorre nei documenti con una frequenza che da sola dice tutto.
Il calcolo, dal punto di vista della famiglia, non era irrazionale, ed è questo che rende la faccenda insopportabile. Un ragazzo su cento arrivava davvero al successo, e quello che ci arrivava diventava ricchissimo. Carlo Broschi, detto Farinelli, andò in Spagna nel 1737 e vi rimase per oltre vent’anni come uomo di corte, con uno stipendio, una casa e un potere politico reale. Gli altri novantanove finivano nei cori di provincia, o non finivano da nessuna parte, con un corpo modificato per sempre e una carriera che non c’era.
La voce che ne usciva non era una voce di donna e non era una voce di bambino. Il corpo cresceva senza che la laringe crescesse, quindi si aveva una cassa toracica da adulto che spingeva su corde vocali corte: registro acuto, potenza enorme, fiato lunghissimo. Quel suono è il motivo per cui l’opera del Settecento è scritta come è scritta. Le arie con le agilità interminabili di Händel non sono un vezzo di stile, sono musica costruita addosso a uno strumento umano che oggi non esiste più.
La fine arriva tardi e per via burocratica. Il 22 novembre 1903 Pio X firma il motu proprio Tra le sollecitudini sulla musica sacra, che stabilisce che le parti acute nelle chiese siano affidate a voci bianche di ragazzi. Non è una condanna morale, è una norma liturgica, e chiude la partita.
Resta una traccia sonora, ed è l’unica al mondo. Alessandro Moreschi, nato nel 1858, ultimo cantante evirato della Cappella Sistina, incise per la Gramophone Company a Roma nel 1902 e nel 1904. Quelle registrazioni esistono, sono di pubblico dominio, e chiunque può ascoltarle stasera. Bisogna sapere che cosa si sta ascoltando: Moreschi aveva oltre quarant’anni, era un cantante di chiesa e non un virtuoso d’opera, la tecnica di registrazione dell’epoca schiacciava tutto dentro un imbuto, e lo stile di canto, con quei singhiozzi e quei portamenti, era il gusto del suo tempo e non del Settecento. Non stiamo sentendo Farinelli. Stiamo sentendo l’ultimo uomo rimasto di una categoria che l’Europa aveva costruito e poi ha smesso di nominare.
Moreschi morì a Roma nel 1922. Sulla sua tomba c’è scritto il nome e la qualifica: cantore della Cappella Pontificia.
