Sergiu Celibidache, 1966. Via Wikimedia Commons.
Nella storia del disco classico c’è un buco a forma di uomo. Sergiu Celibidache, romeno, uno dei più grandi direttori del Novecento, passò metà della carriera a rifiutare quello che per tutti i suoi colleghi era il traguardo: la sala di registrazione. La sua discografia autorizzata, in vita, è quasi vuota, e i cofanetti che oggi portano il suo nome uscirono dopo la sua morte, per decisione della famiglia, da nastri radiofonici e riprese dal vivo.
Non era una posa. Era una filosofia, costruita con gli anni e argomentata con ferocia. Celibidache, che teneva corsi universitari di fenomenologia della musica, sosteneva che la musica non è un oggetto ma un’esperienza: accade in un luogo, con quell’acustica, davanti a quelle persone, una volta sola. Il disco congela una delle infinite versioni possibili e la spaccia per la cosa stessa: a chi gli chiedeva perché non incidesse rispondeva, secondo la battuta che gli viene universalmente attribuita, che ascoltare un disco è come baciare la fotografia di una bella donna. Si può sorridere, ma dietro c’è un’idea seria: la stessa per cui i suoi tempi, negli ultimi anni a Monaco, si allargarono fino a durate che i discografici consideravano commercialmente folli. In sala, con quel controllo del suono, funzionavano: il tempo giusto, diceva, dipende dall’acustica, e nessun disco ha un’acustica.
La sua biografia contiene anche uno dei grandi sliding doors della musica del Novecento. Nel 1945, a ventotto anni, si ritrovò alla guida dei Berliner Philharmoniker, l’orchestra più famosa del mondo, nella Berlino in macerie, mentre Furtwängler attendeva la denazificazione. La tenne per sette anni. Quando nel 1954 si trattò di scegliere il successore stabile, l’orchestra preferì Herbert von Karajan, l’uomo che del disco avrebbe fatto un impero da centinaia di titoli. I due nomi sono rimasti da allora i poli opposti del mestiere: la registrazione come monumento, l’esecuzione come evento irripetibile.
Chi ha ragione lo decide ciascuno con le proprie orecchie. Ma il paradosso finale merita di essere gustato: oggi Celibidache lo conosciamo quasi soltanto attraverso i dischi che non voleva, e quei dischi, nati come documenti radiofonici e non come prodotti, suonano spesso più vivi delle incisioni ufficiali dei suoi rivali. Da quando Caruso cantò nel grammofono, la musica registrata insegue l’evento; l’uomo che si rifiutò di inseguirlo ha finito per dimostrare, suo malgrado, quanto valeva l’originale.
