Enrico Melozzi
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A cinque anni, con un cuscino a fare la pancia, cantava Nessun dorma imitando Pavarotti. A dieci si misurava con Ulrica del Ballo in maschera. Poi il liceo, l’iscrizione a Chimica, i primi cori professionali e la scoperta del mestiere che voleva fare davvero: lo studio della voce dai diciotto anni, il conservatorio a ventiquattro. Eugenio Maria Degiacomi, basso-baritono di Parma, è passato dall’Accademia Pavarotti-Freni di Modena e dall’Accademia del Belcanto Rodolfo Celletti di Martina Franca, ha fatto del buffo la sua casa, da Leporello a Dulcamara, e dal 2018 dirige il Coro Ars Canto G. Verdi. Nel Piccolo Principe di Enrico Melozzi è l’Uomo d’affari che conta le stelle. Sostiene che far ridere sia molto più difficile che far piangere, e ha poca pazienza per chi decide al posto nostro chi è bravo e chi no. Domenica 15 novembre, alle ore 20, sarà in Sala Santa Cecilia per The Classical Rave Party, con il finale di Don Giovanni.

Hai cominciato a studiare canto a diciotto anni, tardi rispetto a chi suona uno strumento. Che cosa c’era prima, e quando hai capito che la tua voce era uno strumento?

Ogni cantante ti dirà che ha sempre cantato, fin da piccolissimo. Ed è così: chiunque abbia un minimo di capacità vocale si diverte a sentire ogni sillaba incastrarsi nella nota giusta. Io ho deciso tardi di cominciare uno studio strutturato, ma ho sempre cantato. A cinque anni imitavo Pavarotti con un cuscino sotto la pancia cantando Nessun dorma, a dieci imitavo Ulrica del Ballo in maschera, a diciassette entravo in un coro. A diciotto ho deciso di dare una struttura alla voce con uno studio più concreto, fino ai ventiquattro, l’età dell’ingresso in conservatorio. Prima di quella musicale, la mia formazione è scientifica: dopo il liceo mi sono iscritto a Chimica, ma intanto lavoricchiavo in qualche coro più professionale. È lì che ho capito quale lavoro volevo fare davvero.

Sei di Parma, la città del Regio, del Festival Verdi e di un loggione famoso per la sua severità. Che cosa vuol dire cantare davanti al pubblico di casa più esigente d’Italia?

La verità è che i tempi cambiano, e le persone pure. Parma è una città con contraddizioni e idiosincrasie più grandi di quanto si creda: adula chi è già famoso e ha paura di scoprire. E la scoperta porta con sé errori e sbagli, che a Parma sono inaccettabili. Il parmigiano vuole sapere che la sua è la squadra vincente, che non sbaglia a puntare su questo o quel cavallo. È vero, da questa città sono usciti artisti di calibro mondiale, di serie A, ma dubito che il merito sia dell’amore della città per la musica. Credo piuttosto che Parma ti costringa a dare il meglio: l’alternativa è soccombere e cambiare strada. Detto questo, io adoro cantare a Parma. Il teatro è eccezionale, le persone che ci lavorano sono adorabili, e quell’ambiente mi dà una tranquillità tale da affrontare tutto con abbastanza serenità e gioia.

Eugenio Maria Degiacomi
Eugenio Maria Degiacomi. Foto di Michele Zinni

Leporello, Dulcamara, Don Pasquale: il buffo è la tua casa. Che cosa serve per far ridere in musica senza diventare una macchietta?

Partiamo da un presupposto: far ridere è ben più difficile che far piangere. Il ruolo buffo è tale per la situazione che la drammaturgia gli costruisce intorno, più che per sé. Ormai il metodo di studio del ruolo buffo è quanto di più lontano ci sia dalla macchietta, anche se la vera bravura sta nel sentire il pubblico e portarlo dove vuoi tu. Non credo esista altra regola: serio o buffo, un ruolo va affrontato con un’empatia tale da portare chi ti ascolta nella direzione che desideri. E poi, cosa non meno importante, bisogna provare piacere nel dare piacere. Se questo manca, o se cantate per voi stessi, cambiate repertorio.

Il buffo di Rossini e Donizetti vive di sillabato velocissimo. Come si allenano la lingua, il fiato e il corpo per reggere quella velocità senza perdere il legato?

Si ripete. Non credo ci sia altro modo. È anche vero che su dieci cantanti che ascolti in un ruolo sillabato, tutti e dieci lo affrontano in maniera completamente diversa. E perfino l’interpretazione viene insegnata in modi spesso antitetici e discordanti: nessuno ha la vera soluzione del ruolo, né dal punto di vista tecnico né da quello interpretativo. Soprattutto nel buffo, cadere nelle convenzioni obbligate della tradizione uccide l’estro dell’artista, che invece può avere il colpo di genio e trovare una chiave di lettura più divertente di quanto si sia fatto finora.

Eugenio Maria Degiacomi
Eugenio Maria Degiacomi in Andrea Chénier a Parma. Foto di Roberto Ricci

Sei passato dall’Accademia Pavarotti-Freni di Modena e dall’Accademia del Belcanto Rodolfo Celletti di Martina Franca. Che cosa insegna una scuola di belcanto che il conservatorio non insegna?

Se le accademie ti insegnano il mestiere, il conservatorio ti insegna ad affrontare il mondo del canto e, più in generale, della musica. Al di là delle competenze pratiche, su cui non mi soffermo, in accademia si entra quando già si conosce il gioco. L’accademia può darti il ruolo nel festival o nella stagione, fa networking e dovrebbe, infine, inserirti nel mondo del lavoro e coltivarti come artista. Dovrebbe. Spesso invece fa girare il comprimariato a bassissimo costo, ma sappiamo tutti come funziona. Il conservatorio, dal canto suo, fa una prima scrematura per quel mondo. Ti piace raschiare con le unghie e con i denti il fondo del barile? Perfetto, sei pronto per il mestiere del cantante lirico. Vuoi essere costantemente giudicato e messo in discussione, come se ogni sbaglio potesse compromettere tutto? Allora il teatro è il posto giusto per te.

Nel Piccolo Principe di Enrico sei l’Uomo d’affari, quello che conta le stelle e crede di possederle. Come si costruisce in musica un personaggio a metà fra la satira e la favola?

Bisogna sapersi mettere nei panni del pubblico. Che cosa mi aspetto da qualcuno che deve farmi sognare? Quanto deve crederci l’artista perché io, pubblico, penda dalle sue labbra? Insomma, penso che gran parte del lavoro si faccia sulla convinzione con cui si dicono certe cose, e alla fine si è davvero convinti di possedere le stelle. In fin dei conti, chi può dire il contrario? Ah, quanto è bello poter giocare con la convinzione fino a questo punto. Allora il teatro smette di essere teatro e diventa uno spaccato sull’inconscio di ogni artista.

Eugenio Maria Degiacomi
Eugenio Maria Degiacomi nel Piccolo Principe a Parma. Foto di Roberto Ricci

Il Piccolo Principe si rivolge anche ai bambini e alle famiglie. Che cosa chiede un pubblico che non conosce le convenzioni dell’opera, rispetto a quello del Festival Verdi?

Domanda pericolosa. Posso rispondere con grande ironia, dicendo che fra un pubblico inesperto e un pubblico melomane non c’è praticamente differenza? Non fatemi argomentare, vi prego.

La seconda puntata, con Britten, il coro di voci bianche, quello che manca all’opera di oggi e il finale di Don Giovanni che porterà a Roma il 15 novembre, esce venerdì 2 ottobre.

Il testo è diEugenio Maria DegiacomiCon la supervisione del comitato tecnico-scientifico di Melos.
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