Francesco Guardi, «Il concerto delle dame», 1782. Alte Pinakothek, Monaco, via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Nel 1723 esce a Bologna un libro dal titolo polemico già in copertina: Opinioni de’ cantori antichi e moderni, o sieno osservazioni sopra il canto figurato. L’autore è Pier Francesco Tosi, castrato, nato attorno al 1653, che aveva cantato mezza Europa e insegnato a Londra per decenni. Il libro è il primo grande trattato sull’arte del canto mai stampato, e insieme la prima invettiva di un anziano professionista contro i giovani che non sanno più fare il mestiere. Le due cose, da trecento anni, tendono a coincidere.
Dentro c’è il catalogo completo di ciò che un cantante doveva possedere: la messa di voce, cioè l’arte di gonfiare e sgonfiare un suono tenuto senza che si senta il punto di cucitura; la distinzione tra voce di petto e voce di testa e il modo di saldarle; l’appoggiatura, il trillo in otto specie diverse, la regola per cui le cadenze si ornano ma non si allungano fino a far dimenticare il pezzo. E c’è una parola che compare qui a stampa per la prima volta nella storia: il rubamento di tempo, il rubato, concesso a chi canta purché il basso sotto non si fermi. Quando un pianista rallenta un notturno di Chopin sta usando un’idea che un castrato bolognese mise per iscritto un secolo prima.
Ma la pagina che oggi fa girare la testa è un’altra. Tosi insegnava che dentro un’ottava non ci sono dodici suoni: ce ne sono cinquantacinque, e pretendeva che un cantante serio li distinguesse, perché il diesis salendo e il bemolle scendendo non cadono nello stesso punto. Non era una stravaganza: era la finezza d’orecchio normale prima che il temperamento equabile riducesse la tavolozza a dodici tasti uguali. Alessandro Baricco, nella sua Breve storia eretica della musica classica (Feltrinelli, 2025), usa proprio Tosi per misurare quanto abbiamo buttato via in quel passaggio: da cinquantacinque suoni a dodici, scrive, c’è un salto che va preso alla lettera. Il libro di Baricco sta nello scaffale di storia e critica della biblioteca di Melos, accanto alle riproduzioni dei trattati di cui parla.
Il Tosi ebbe la carriera editoriale che i manuali sognano: tradotto in inglese nel 1743 da Galliard, in tedesco nel 1757 da Agricola, che ci aggiunse un commento lungo quanto l’originale. È di pubblico dominio e si legge ancora con piacere, perché è scritto da uno che non teorizza: regola i conti. Con i cantanti che gridano, con quelli che imitano gli strumenti, con i maestri che promuovono per amicizia. Sta nella biblioteca di Melos accanto al Quantz che misurava i tempi col polso e al Gasparini che insegnava a comporre mentre si suona: tre manuali che dicono la stessa cosa, e cioè che nel Settecento la musica scritta era solo la metà del lavoro. L’altra metà stava nelle orecchie, e le orecchie di allora sentivano più note delle nostre.
