Enrico Melozzi
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Fagotto della collezione di strumenti musicali del Metropolitan Museum of Art, New York. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Biebrich, sul Reno, 1831. Carl Almenräder va per i quarantacinque anni, suona il fagotto nell’orchestra di corte dei duchi di Nassau e otto anni prima ha dato alle stampe un trattato su come correggerne l’intonazione, la risposta e la fatica delle dita. Quell’anno apre una bottega con un ragazzo non ancora ventenne, Johann Adam Heckel. Il cognome del ragazzo è ancora inciso su molti dei fagotti più ricercati del mondo, e il sistema messo a punto in quella bottega è diventato nel Novecento lo standard di quasi tutte le orchestre, Francia a parte. Una cosa però nessuno dei due poteva toccarla: la lunghezza del tubo.

Un fagotto moderno, messo in piedi, è alto poco più di un metro e trenta. Il tubo che contiene ne misura circa due e mezzo. Il Metropolitan Museum di New York, che ne conserva uno costruito dalla ditta Heckel nel 1932, registra le due cifre accanto: 1.330 millimetri da un capo all’altro, 2.585 millimetri di canna. Il percorso dell’aria è una forcina. Scende dall’esse, il tubetto di metallo su cui si infila l’ancia, lungo l’ala; arriva in fondo alla culatta, dove una curva a U lo rimanda verso l’alto; risale la canna lunga ed esce dalla campana, all’altezza della testa di chi suona. Da qui il nome italiano: fagotto, fascio di legna.

Si legge spesso che sia il tubo più lungo dell’orchestra. Non lo è. Un trombone tenore ne ha circa 2,7 metri, un corno in Fa fra 3,6 e 3,7, una tuba contrabbasso in Si bemolle circa 5,5. E il controfagotto, che siede accanto al fagotto, arriva anch’esso a circa 5,5 metri, ripiegati più volte su se stessi. Il fagotto vince soltanto fra i legni della fila ordinaria: flauto, oboe, clarinetto e lui. Ma il confronto con gli ottoni è ingannevole, perché un ottone piega il suo tubo e basta. Le note le cambiano le labbra, i pistoni, la coulisse. Un legno deve fare una cosa in più: aprire buchi lungo la canna, là dove l’acustica li vuole, e farli arrivare sotto dieci dita.

È questo il vero problema del fagotto, e se lo porta dietro dal Cinquecento. Fra i suoi antenati c’è la bombarda basso, un tubo dritto più alto di un uomo, faticoso da reggere e da suonare. La soluzione fu scavare in un solo blocco d’acero due canali conici affiancati, uniti sul fondo: nacque la dulciana, che fiorì fra il 1550 e il 1700 e che in Italia, già a fine secolo, Lodovico Zacconi chiamava fagotto chorista. Il tubo si era dimezzato in altezza, ma i fori restavano distribuiti su un percorso lunghissimo, e una mano umana apre al massimo una spanna.

I costruttori risposero con un’astuzia di trapano. Le pareti del fagotto sono insolitamente spesse, soprattutto nell’ala, che deve il nome proprio a quel rigonfiamento laterale di legno. Dentro quello spessore i fori non vengono scavati dritti ma di sbieco: all’interno si aprono nel punto esatto della canna che il suono richiede, all’esterno sbucano dove arriva il polpastrello. Il canale interno, del resto, è strettissimo: circa quattro millimetri in cima, dove l’aria entra, e una quarantina in fondo alla campana. Tutto il resto lo fanno le chiavi. Il sistema tedesco di oggi ne conta fra le ventiquattro e le ventisette, e lascia soltanto cinque fori aperti sotto le dita. Il lavoro di Almenräder, nel 1823 e poi a Biebrich, fu precisamente questo: ridistribuire fori e leve su un tubo che la fisica non gli permetteva di accorciare.

Il conto si paga nella nota più grave. Il Si bemolle basso del fagotto sta un tono sotto la corda più profonda del violoncello, e per ottenerlo il suonatore chiude tutto, fori e chiavi. L’aria allora percorre l’intera forcina, giù fino alla culatta e di nuovo su, due metri e mezzo di legno per uscire in alto, non lontano dalla bocca che l’ha soffiata.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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