del Coro di Melos, comitato tecnico-scientifico
Pubblico in sala durante un concerto, Sydney Opera House. Via Wikimedia Commons.
La frase che ammazza più biglietti di qualsiasi prezzo è sempre la stessa, e chi lavora in musica se la sente dire a ogni cena: io la classica non la capisco. Questa rivista ha una risposta ufficiale, e la mettiamo per iscritto una volta per tutte: non c’è niente da capire. O meglio: capire è un piacere facoltativo, come conoscere la chimica del vino. Nessun sommelier ha mai preteso che si superasse un esame prima di bere.
L’equivoco ha una storia precisa, che abbiamo raccontato nel pezzo sul teatro diventato museo: un secolo di liturgia da concerto ha convinto la gente che la musica colta sia un contenuto da decifrare, con un codice in mano che qualcuno possiede e gli altri no. Ma l’esperienza reale dell’ascolto non funziona così, e non ha mai funzionato così. Il pubblico che nel 1824 usciva sconvolto dalla Nona non sapeva cos’è una forma sonata; quello che piangeva alla Traviata non analizzava le modulazioni. Sentiva. Il corpo riconosce la tensione e lo scioglimento, l’attesa e la sorpresa, molto prima e molto meglio della testa: sono meccanismi che funzionano su chiunque abbia un sistema nervoso, esattamente come funziona un temporale.
Diciamo di più: il non capire è spesso un vantaggio. Chi ascolta il Tristano sapendo tutto della cadenza evitata passa la serata a controllare se succede; chi non sa niente si fa semplicemente togliere il fiato. La competenza aggiunge un secondo piacere, non sostituisce il primo: ed è per il secondo piacere che esistono le nostre guide all’ascolto, scritte per chi vuole tornare su un brano che lo ha già travolto, mai come lasciapassare per entrare.
Quindi il consiglio operativo, da incorniciare: al prossimo concerto entrate come entrate al mare. Non si capisce il mare, ci si bagna. Se la musica è eseguita bene, farà il suo lavoro senza chiedervi documenti; se vi annoia, avete il diritto di annoiarvi, che è un giudizio critico legittimo anche quando sul leggio c’è un capolavoro certificato. L’unica cosa vietata è sentirsi inadeguati: l’inadeguatezza non è vostra, è di un secolo di cerimoniale che ha scambiato il silenzio per rispetto e il rispetto per sudditanza. La musica non chiede sudditi. Chiede orecchie, e le orecchie le avete già.
