Richard Strauss. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Nei programmi di sala convivono due specie orchestrali che a orecchio possono sembrare la stessa: la sinfonia e il poema sinfonico. La differenza non sta nell’organico né nella durata: sta nel contratto che la musica firma con l’ascoltatore. La sinfonia promette una forma; il poema sinfonico promette una storia.
La sinfonia, lo abbiamo raccontato all’inizio del mese, è un’architettura a movimenti che si regge da sola: temi che si presentano, si sviluppano e tornano secondo regole che l’orecchio conosce anche senza saperle nominare. Non parla di niente, nel senso più alto: parla di sé, dei propri materiali e del loro destino, e l’emozione nasce dall’architettura come nasce da una cattedrale. Il poema sinfonico, inventato di nome e di fatto da Liszt a metà Ottocento, rovescia il contratto: un solo movimento, forma libera, e un soggetto dichiarato nel titolo, un poema, un quadro, un eroe, un’idea. La forma non è più il contenuto: è il veicolo di un racconto che sta fuori dalla musica, e che l’ascoltatore è invitato a seguire come segue un film a occhi chiusi.
Il genere trovò il suo campione in Richard Strauss, che tra i venticinque e i trentacinque anni produsse la più spettacolare galleria narrativa mai scritta per orchestra: il Don Giovanni, il Till Eulenspiegel con le sue marachelle e la sua impiccagione strumentale, il Don Chisciotte dove il visionario è un violoncello e Sancho una viola, la Sinfonia delle Alpi che è una scalata con tanto di temporale e discesa. Strauss si vantava di poter mettere in musica perfino un cucchiaino, e quasi non scherzava: il suo virtuosismo descrittivo resta il vertice di ciò che un’orchestra può raffigurare. Attorno a lui, il genere diventò la lingua delle scuole nazionali, la Moldava di Smetana che è un fiume dalla sorgente alla foce, i poemi di Çajkovskij e di Sibelius, e infine, per gemmazione diretta, la musica da film: chi scrive colonne sonore fa poemi sinfonici con lo schermo acceso, e lo sa.
La polemica che divise l’Ottocento, musica pura contro musica a programma, Brahms contro Liszt e Wagner, con i critici schierati come tifoserie, oggi si è sgonfiata, e resta il consiglio pratico. Davanti a una sinfonia, non cercate la storia: seguite i temi, il loro ritorno è la trama. Davanti a un poema sinfonico, leggete il titolo e lasciatevi guidare: il compositore ha disseminato la partitura di cartelli. E davanti al caso ibrido, la sinfonia con programma segreto, che da Berlioz in poi è il genere più frequentato di tutti, godetevi il dubbio: è lì che la musica dimostra di saper fare le due cose insieme, raccontare il mondo e raccontarsi. Del critico che su questa distinzione costruì una guerra di trent’anni parliamo qui alle 13.
