Enrico Melozzi
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Ritratto di Wolfgang Amadeus Mozart. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Nell’autunno del 1777 Mozart, ventunenne, passa da Augusta durante il viaggio verso Parigi e conosce davvero, per la prima volta da adulto, la cugina Maria Anna Thekla, figlia del fratello di Leopold. Ha diciannove anni, in famiglia la chiamano la Bäsle, la cuginetta. Tra i due scatta un’intesa immediata, fatta di risate e complicità; quando lui riparte, comincia una corrispondenza che sarebbe diventata il problema più imbarazzante della filologia mozartiana.

Le lettere alla Bäsle, una decina di quelle sopravvissute, scritte tra il 1777 e il 1781, sono infatti piene zeppe di giochi di parole scatologici: rime in cascata, nonsense, allusioni corporali di ogni calibro, con una fantasia verbale che rovescia la sintassi come un calzino. Per l’Ottocento, che stava costruendo il Mozart di marmo, quelle pagine erano semplicemente impubblicabili: le prime edizioni dell’epistolario le tagliarono, le riassunsero, le castigarono con i puntini. Una delle più spinte finì nella collezione privata di Stefan Zweig, che ne parlava come di un documento da maneggiare con i guanti; il testo integrale del corpus arrivò a stampa solo nel Novecento inoltrato. Un secolo abbondante di censura editoriale, per proteggere un genio dal suo stesso senso dell’umorismo.

Il punto, però, non è il pettegolezzo: è il contesto, che la ricerca ha ristabilito con pazienza. Quel tipo di umorismo corporale era moneta corrente nella cultura popolare tedesca del Settecento, e nella famiglia Mozart circolava in tutte le direzioni: se ne trovano tracce nelle lettere della madre, e il catalogo di Wolfgang contiene canoni conviviali su testi che un programma di sala odierno esita a tradurre, a partire dal celebre K 231. Non era la deviazione segreta di un genio: era il registro comico di un ambiente, di un’epoca e di una città, praticato da un giovane che nelle stesse settimane scriveva alla stessa penna pagine di una tenerezza struggente. La Bäsle, peraltro, non era un fantasma epistolare: i due si rividero, e la tradizione biografica le attribuisce un posto reale negli affetti di quegli anni.

La lezione riguarda noi, non lui. Ogni epoca fabbrica il Mozart che le serve: l’Ottocento tolse le lettere sconvenienti per avere il santo, il Novecento le sventolò per avere il ribelle, il cinema ci costruì sopra una risata famosa. I documenti, letti interi, restituiscono una cosa più semplice e più rara: un giovane uomo completo, capace di tenere nello stesso cassetto la volgarità allegra e il sublime, senza che l’una sporcasse l’altro. Chi si scandalizza per le lettere alla Bäsle, e chi le usa per ridimensionarlo, fa lo stesso errore in due direzioni: confonde l’uomo con il monumento. Il monumento, come sappiamo, ogni tanto finiva anche in guardina: ed è per questo che continua a interessarci più del marmo.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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