Enrico Melozzi
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del Coro di Melos, comitato tecnico-scientifico

Il maestro collaboratore Ralph Lyford al Boston Opera, inizio Novecento. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Il frac, coda di rondine e cravattino bianco, non è mai stato un abito da musicisti: era l’abito da sera di ogni gentiluomo europeo tra Otto e Novecento. Quando un’orchestra del 1890 saliva sul palco vestita così, era semplicemente vestita come il suo pubblico, anzi un gradino sotto: il frac era anche la divisa dei camerieri e dei maggiordomi delle case in cui i musicisti andavano a servire la musica. Poi il mondo si è cambiato d’abito e l’orchestra no: il pubblico è passato allo smoking, poi alla giacca, poi alla felpa, e il palco è rimasto congelato al guardaroba di centotrent’anni fa. Oggi il frac è un reperto che sopravvive in due soli habitat: i concerti sinfonici e i balli diplomatici.

Le difese del reperto le conosciamo e non sono tutte sbagliate. L’uniformità visiva serve alla musica: ottanta persone vestite uguali spariscono come individui e diventano uno strumento solo, e il nero non distrae dall’unica cosa che conta. La solennità segnala che sta accadendo qualcosa di speciale, e i riti, lo abbiamo scritto a proposito degli applausi, non sono tutti da buttare. E c’è l’argomento pratico dei professori: il frac è una tuta da lavoro collaudata, tasche giuste, libertà di braccia, nessuna decisione da prendere alle sette di sera. Ma le controdifese pesano di più. L’abito che nel 1890 diceva siamo come voi oggi dice siamo di un altro secolo, e per il pubblico nuovo è il primo cartello di divieto d’accesso che incontra, prima ancora della musica; per le donne, arrivate in orchestra quando la divisa era già fossile, il codice è stato per decenni un pasticcio di regole scritte da uomini. Non è un caso che le orchestre più giovani del mondo, e molte tra le maggiori nelle serate non di gala, stiano scivolando verso il nero semplice: stessa uniformità, un secolo in meno.

La posizione della rivista è laica e va in due direzioni. Primo: il problema non è il frac, è il pilota automatico. Un’orchestra che sceglie il frac per una Missa solemnis compie un gesto di teatro legittimo; una che lo indossa per inerzia da centotrent’anni sta comunicando, senza volerlo, che in quella sala non è cambiato niente e niente cambierà, ed è un messaggio che il botteghino registra. Secondo: l’abito è drammaturgia, e la drammaturgia si decide. La stessa orchestra può vestire il rito la sera del gala e la maglia nera la notte che suona fino all’alba: non è incoerenza, è regia. Il giorno in cui il vestito tornerà a essere una scelta per ogni serata, invece che un fossile per tutte, il frac smetterà di essere un problema e tornerà a essere quello che era nel 1890: l’abito giusto per quella sera lì. Nel frattempo, se vedete un’orchestra in coda di rondine, sappiate che state guardando il più grande museo del costume ad ingresso gratuito d’Europa. Il biglietto lo pagate per la musica.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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