Ritratto di Ludwig van Beethoven. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Autunno 1821, Wiener Neustadt, cittadina a sud di Vienna. Verso sera i gendarmi fermano un uomo che si aggira per le strade in condizioni pietose: vecchio cappotto, senza cappello, che sbircia dentro le finestre delle case. Alle domande risponde di essersi perso durante una passeggiata, e poi, con crescente irritazione, dichiara di essere Beethoven. La risposta del gendarme è entrata nella storia: un vagabondo sei, Beethoven non è ridotto così. E lo porta in guardina.
L’uomo, che naturalmente era Beethoven, era partito a piedi dalla vicina Baden, dove passava l’estate per curarsi, e camminando assorto aveva sbagliato strada di parecchi chilometri: capitava spesso, e i contadini della zona lo conoscevano come un originale che gesticolava e canticchiava da solo nei campi. In cella continuò a protestare, finché il commissario, alle undici di sera, si arrese al dubbio e mandò a svegliare il maestro di cappella della città, un certo Herzog, che di Beethoven era conoscente. Herzog arrivò in piena notte, guardò il fermato e pronunciò l’identificazione. Seguì il panico burocratico che possiamo immaginare: il sindaco si scusò, al compositore furono forniti abiti decenti, e l’indomani fu rispedito a Baden sulla carrozza di rappresentanza del municipio. L’episodio ci è arrivato dal racconto dello stesso commissario, raccolto dalla grande biografia di Thayer, ed è considerato attendibile.
L’aneddoto fa ridere, poi fa pensare. Nel 1821 Beethoven era l’uomo più celebre della musica europea, e insieme era questo: un cinquantenne sordo, malato, trasandato fino all’irriconoscibilità, che nello stesso anno stava scrivendo le ultime tre sonate per pianoforte, l’opera 109, 110 e 111, cioè alcune delle pagine più interiori mai concepite. La fama, all’epoca, viaggiava senza fotografie: il nome era immenso, la faccia sconosciuta. Nessun algoritmo, nessuna immagine: si poteva essere il più grande vivente e finire in cella per la propria giacca. Da Heiligenstadt in poi, la vita di Beethoven insegna sempre la stessa cosa: la distanza tra come un genio appare e cosa sta facendo davvero può essere larga quanto una notte in guardina.
