Heiligenstadt, oggi, è il diciannovesimo distretto di Vienna e ci si arriva in metropolitana. Nell’autunno del 1802 era campagna, sei chilometri fuori dalle mura, un posto dove i medici mandavano i pazienti che avevano bisogno di silenzio. Beethoven ci arriva in primavera, su indicazione del suo medico Johann Adam Schmidt, e ci resta fino a ottobre. Il 6 ottobre scrive quattro facciate che non spedirà a nessuno.
Sono indirizzate ai fratelli. In testa c’è scritto: per i miei fratelli Carl e, poi uno spazio bianco. Il nome del secondo fratello, Nikolaus Johann, non lo scriverà mai, lì e in nessun altro documento familiare. Beethoven aveva trentun anni, nato a Bonn nel dicembre 1770.

Nel testo dice, in sostanza, tre cose. La prima è che chiunque lo giudichi ostile, scontroso o misantropo, sbaglia, perché non sa la causa. La seconda è qual è la causa: da sei anni ha una condizione irrimediabile, aggravata da medici incompetenti, e ha dovuto vivere isolato perché non poteva dire alla gente parlate più forte, gridate, sono sordo. La terza è la più dura: scrive che l’idea di uccidersi c’era, e che l’unica cosa che lo ha trattenuto è stata la sensazione di non poter lasciare il mondo prima di avere prodotto tutto quello che sentiva di dover produrre.
In mezzo c’è l’episodio che il documento rende insopportabilmente concreto, ed è il motivo per cui questa lettera vale più di cento pagine di psicologia. Racconta di essere stato in campagna con qualcuno che sentiva un flauto in lontananza, e lui non sentiva niente. E qualcun altro sentiva cantare un pastore, e lui non sentiva niente. Aggiunge che episodi simili lo portavano vicino alla disperazione, e che poco mancò che si togliesse la vita.
C’è una richiesta pratica, in chiusura, che rivela quanto poco quella lettera sia uno sfogo e quanto sia un documento redatto con lucidità. Beethoven chiede che, dopo la sua morte, il professor Schmidt, se ancora vivo, descriva per iscritto la sua malattia, e che lo scritto sia unito a quelle pagine, così che almeno il mondo faccia pace con lui. Sta organizzando la propria difesa postuma. A trentun anni, dentro una crisi che descrive come mortale, la sua preoccupazione è l’archivio.
Il 10 ottobre aggiunge un poscritto più breve, e da quel momento non tocca più il foglio. Lo mette via. Torna a Vienna. Nessun fratello lo legge, nessun amico ne sente parlare, nessuno negli anni successivi accenna a saperne qualcosa.
Ed ecco il fatto che sistema tutto il resto, e che dovrebbe essere insegnato a chiunque creda che l’arte sia il diario di chi la fa. Nei mesi in cui scrive quelle quattro facciate, Beethoven sta finendo la Seconda Sinfonia, opera 36, in re maggiore. È il lavoro più brillante e più disinvolto che avesse scritto fino a quel momento, con un finale che sembra una risata. Nello stesso periodo escono le tre Sonate opera 31, le tre Sonate per violino opera 30 e le Variazioni opera 35 sul tema del Prometeo, che poi diventerà il finale della Terza. Nessuno, ascoltando quella musica alla cieca, indovinerebbe la data.

La lettera riemerge nel marzo del 1827, subito dopo la morte. Chi mette mano alle carte trova in un cassetto segreto di un mobile due documenti: quelle quattro facciate, rimaste lì venticinque anni, e la lettera d’amore senza destinataria, scritta nel 1812, che oggi chiamiamo all’immortale amata.
Il 17 ottobre 1827, sette mesi dopo, Friedrich Rochlitz pubblica il testamento di Heiligenstadt sull’Allgemeine musikalische Zeitung di Lipsia. Da quel giorno la figura di Beethoven che l’Ottocento europeo si costruisce, il sordo che sfida il destino, ha una fonte precisa, ed è un foglio che il suo autore aveva deciso di non far leggere a nessuno mentre era vivo.
L’autografo è passato di mano più volte lungo l’Ottocento, transitando anche per la cantante Jenny Lind, ed è finito alla biblioteca di stato e universitaria di Amburgo, dove si trova adesso. La sordità andò avanti. Alla prima della Nona, il 7 maggio 1824 al Theater am Kärntnertor, Beethoven era sul palco accanto al direttore Umlauf, e alla fine dovettero girarlo verso la sala perché si accorgesse che stavano applaudendo.
