Enrico Melozzi
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del Coro di Melos, comitato tecnico-scientifico

Incisione ottocentesca della facciata del Teatro alla Scala. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Chi si lamenta del prezzo dell’opera, e chi lo difende, di solito discute senza sapere com’era prima. Vale la pena raccontarlo, perché il sistema dei prezzi dell’Ottocento era una macchina sociale sofisticata, e il confronto con oggi riserva sorprese in entrambe le direzioni.

Il cuore del sistema era il palco, e il palco non si comprava al botteghino: si comprava dal notaio. Nei teatri storici italiani, Scala compresa, i palchi erano proprietà private delle famiglie, acquistati, ereditati, dati in dote e rivenduti come immobili, con tanto di atti e liti condominiali; i palchettisti erano, letteralmente, i comproprietari del teatro. Il palco era un salotto di famiglia affacciato sulla sala: ci si cenava, si giocava a carte, si ricevevano visite durante la recita, e la musica faceva da sottofondo alla vita sociale, con buona pace del silenzio sacro che sarebbe arrivato solo con Toscanini. Il biglietto d’ingresso alla serata era una cosa a parte, e dava diritto alla platea, dove si stava in piedi o su panche, o al loggione, il paradiso dei prezzi minimi, dove saliva chiunque: studenti, artigiani, la claque a pagamento, e i tifosi feroci che decidevano le carriere. Gli studi classici sull’economia dell’opera, quelli di John Rosselli su impresari e mercato, mostrano un sistema dove il teatro era insieme immobile di lusso, azienda a rischio e piazza popolare, tenuto in piedi dal gioco tra i tre piani.

Il confronto con oggi rovescia un paio di luoghi comuni. Primo: in rapporto ai salari, il posto povero di allora non era più caro del loggione di oggi, e il teatro d’opera ottocentesco era frequentato da fasce sociali che oggi non ci mettono piede; ma non per il prezzo: per l’abitudine, perché l’opera era la cultura popolare corrente, quella che produceva novità ogni stagione. Secondo: il posto ricco di allora era molto più caro di oggi, perché comprava uno status che nessuna poltrona moderna dà più. La forbice si è stretta da entrambe le parti: l’opera contemporanea è insieme meno esclusiva in alto e meno popolare in basso, appiattita su un ceto medio colto che invecchia con lei.

La conclusione operativa, per i teatri, ce la suggerisce proprio la storia: il sistema ottocentesco funzionava perché differenziava ferocemente, facendo pagare carissimo lo status a chi lo voleva e pochissimo l’ingresso a chi voleva solo la musica. I teatri che oggi sperimentano le serate a prezzi giovani, gli ultimi posti a poco e i gala a molto, non stanno inventando nulla: stanno tornando al modello che riempiva le sale quando l’opera era viva. Il loggione non è nostalgia: è un modello di business collaudato da due secoli. Basta riaprirlo davvero.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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