Il 19 novembre 1828, in una stanza al secondo piano della Kettenbrückengasse 6 a Vienna, muore Franz Schubert. Ha trentun anni e quasi dieci mesi. La casa è del fratello Ferdinand, dove si era trasferito da poche settimane perché il medico gli aveva consigliato aria migliore. Fuori dalla porta ci sono i creditori del sarto, dentro ci sono seicento e passa Lieder, nove sinfonie, quindici quartetti, ventun sonate per pianoforte e due cicli che nessuno in Europa sa ancora di dover imparare a memoria.
Tre settimane dopo, il tribunale civile viennese fa quello che il diritto asburgico impone alla morte di chiunque: manda un perito a fare l’inventario. Il documento esiste, sta negli atti della Verlassenschaftsabhandlung, e Otto Erich Deutsch lo ha stampato per intero nella sua raccolta di documenti schubertiani. La cifra finale è di sessantatré fiorini.

Vale la pena guardare che cosa c’era dentro quei sessantatré fiorini, perché l’inventario di un morto è il ritratto più onesto che gli si possa fare. Tre marsine. Tre finanziere. Dieci paia di pantaloni. Nove panciotti. Un cappello. Cinque paia di scarpe e due di stivali. Quattro camicie. Nove tra fazzoletti da collo e da tasca. Tredici paia di calze. Un asciugamano. Un lenzuolo. Due federe. Un materasso, un capezzale, una coperta imbottita. Poi una voce sola, in fondo, che il perito liquida in cinque parole di burocrazia tedesca: qualche vecchia partitura, valutata dieci fiorini.
Dieci fiorini. Dentro quella voce, secondo la ricostruzione che se ne è potuta fare, ci sono i manoscritti che Schubert teneva in casa. Il perito non è un incompetente, sta facendo il suo mestiere: valuta al prezzo di realizzo, cioè a quanto quella carta si sarebbe venduta il giorno dopo in una bottega di Vienna. E il giorno dopo, a Vienna, quella carta non valeva niente, perché nessun editore l’avrebbe comprata. Il mercato dava ragione al perito.
Il conto seguente è il più brutale. Il funerale, con la messa a Sankt Josef zu Margareten e la sepoltura nel cimitero di Währing accanto a Beethoven come Schubert aveva chiesto, costa più di quanto l’intero patrimonio del morto valga. La differenza la mette il padre, Franz Theodor, maestro di scuola nel sobborgo di Rossau. Ferdinand ci rimette anche il conto del medico.
Adesso il paragone che serve. Nello stesso 1828, un professore d’orchestra della cappella imperiale viennese guadagnava fra i quattrocento e i seicento fiorini l’anno. L’affitto di una stanza in città stava attorno ai cento fiorini annui. Un pianoforte nuovo di un buon costruttore viennese ne costava dai quattrocento agli ottocento. Il patrimonio complessivo di Schubert alla morte, quindi, valeva poco più di un decimo del prezzo di uno strumento, e circa quanto sette mesi d’affitto di una camera.
Il punto però non è che Schubert fosse un poveraccio incapace di guadagnare. Nel 1828 aveva incassato più che in qualunque altro anno della sua vita. Il concerto del 26 marzo nella sala della Gesellschaft der Musikfreunde, l’unico interamente suo che abbia mai dato, gli aveva fruttato circa ottocento fiorini in una sera. Diabelli, Haslinger e Schott gli compravano musica. Il problema è che i soldi entravano ed uscivano nello stesso giorno, e soprattutto che il grosso di quello che aveva scritto era invendibile per ragioni di formato. Un editore viennese comprava Lieder e danze per pianoforte, cioè roba che una famiglia borghese suonava in salotto. Non comprava sinfonie, che costavano una fortuna da incidere e che nessuno avrebbe eseguito.
La conseguenza sta in una data. La Sinfonia in do maggiore che oggi chiamiamo la Grande, finita nel 1825 o 1826, resta in quella casa. Ferdinand la tiene. Nel 1839 arriva a Vienna Robert Schumann, si fa aprire l’armadio, riconosce quello che ha davanti, e ne manda copia a Lipsia. Il 21 marzo 1839 Mendelssohn la dirige al Gewandhaus. Erano passati tredici anni dall’ultima nota scritta e undici dalla morte dell’autore.
Lo stesso vale per l’altra, quella che tutti sanno cantare. La Sinfonia in si minore, le due sole parti complete, che nel 1823 arrivano per il tramite di Josef Hüttenbrenner al fratello Anselm, compositore a Graz, e in casa Hüttenbrenner restano, per quarantadue anni. Viene eseguita per la prima volta a Vienna il 17 dicembre 1865, sotto Johann Herbeck. Schubert era morto da trentasette anni. Il perito che aveva scritto dieci fiorini, quel giorno, aveva probabilmente novant’anni o era morto anche lui.
C’è un ultimo dettaglio dell’inventario che vale tutto il resto. Fra gli oggetti dichiarati non compare nessun pianoforte. Schubert, che ha scritto ventun sonate, i due Trii, gli Improvvisi, i Moments musicaux, le due raccolte di Impromptus e i quattro Lieder dell’ultimo mese, alla propria morte non possedeva uno strumento. Suonava su quello degli amici, nelle case dove passava la sera, nelle riunioni che a Vienna chiamavano Schubertiaden e che erano semplicemente serate fra conoscenti con del vino.
Nel 1888 le due tombe di Währing furono aperte e i resti trasferiti al Zentralfriedhof, dove Beethoven e Schubert stanno adesso a pochi metri l’uno dall’altro nel gruppo 32A, dentro la fila dei musicisti. Il monumento sopra Schubert è di marmo e bronzo. La lapide del 1828, quella pagata dal padre maestro di scuola, portava scritto che la morte aveva sepolto qui un ricco possesso, ma speranze ancora più belle. Le parole erano di Franz Grillparzer, e all’epoca qualcuno le trovò esagerate.
