Arturo Toscanini, Milano 1953. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Il 30 giugno 1886, a Rio de Janeiro, il pubblico fischia il direttore e la serata rischia di saltare. La compagnia italiana in tournée manda sul podio il secondo violoncello, che ha diciannove anni, ha studiato a Parma, e in quelle settimane ha copiato tutte le parti. Chiude lo spartito e dirige l’Aida a memoria, per intero. Si chiama Arturo Toscanini, e da quella sera fino al 1954 farà il direttore d’orchestra.
La memoria, nel suo caso, non era un numero da circo: era miopia grave. Non riusciva a leggere una partitura sul leggio a distanza normale, quindi la imparava tutta. Da quel limite fisico è nato un modo di stare sul podio che ha cambiato il mestiere, perché chi conosce ogni nota a memoria non accompagna, comanda.
Quello che fa alla Scala dal 1898 riguarda meno la musica e più il comportamento, e conviene elencarlo perché oggi sembra la normalità e allora fu una guerra. Abolisce il bis, cioè la replica dell’aria applaudita, che era la ragione principale per cui metà del pubblico veniva a teatro. Fa spegnere le luci in sala durante lo spettacolo, cosa che prima non si usava, perché a teatro ci si andava anche per vedersi. Vieta l’ingresso a spettacolo iniziato. Pretende che le signore tolgano il cappello. Ottiene la buca abbassata. In una parola sola: impone che in sala si stia zitti e si guardi il palco.
Sul piano musicale la sua battaglia si riassume in due parole, com’è scritto. Nell’Ottocento i grandi cantanti modificavano le parti: aggiungevano acuti, cambiavano puntature, tagliavano quello che non conveniva alla propria voce, e il pubblico andava a sentire loro. Toscanini rimette al centro il testo del compositore e toglie ai cantanti il diritto di riscriverlo. Il guadagno è enorme: pezzi che si erano incrostati in due generazioni tornano a suonare come erano stati pensati. La perdita si vede oggi ed è altrettanto grande: da quel momento l’interprete smette di essere coautore, e un patrimonio di prassi vive che si trasmetteva a voce si perde in trent’anni.
La sera del 25 aprile 1926, alla prima assoluta di Turandot, arrivato al punto in cui il manoscritto di Puccini si interrompe, posa la bacchetta, si gira verso la sala e dice che qui il maestro aveva finito di scrivere. Poi esce. Il finale completato da Franco Alfano lo si eseguì dalla sera dopo. È il gesto più teatrale della storia della direzione d’orchestra ed è anche una dichiarazione tecnica: fin qui c’è l’autore, da qui c’è qualcun altro.
Il 14 maggio 1931, a Bologna, si rifiuta di eseguire l’inno del regime prima di un concerto commemorativo e viene aggredito all’ingresso del teatro. Da quel momento non dirige più in Italia fino al dopoguerra. Nel 1937 la NBC costruisce a New York un’orchestra apposta per lui, e per diciassette anni le sue esecuzioni vanno in onda alla radio in tutto il continente: è il primo direttore d’orchestra la cui fama nasce da un mezzo di comunicazione di massa e non dai teatri.
Il bilancio, senza retorica in nessuna delle due direzioni. Toscanini ha alzato in modo verificabile la qualità media dell’esecuzione, ha ripulito partiture, ha imposto la disciplina delle prove e ha reso il direttore la figura centrale del sistema. Nello stesso movimento ha spostato il baricentro dal creare al riprodurre. Il concerto silenzioso, il testo intoccabile, il direttore come autorità unica sono tutti figli di quella stagione, e sono anche le condizioni in cui la musica nuova ha smesso di essere il centro del cartellone.
Morì a New York nel 1957, a ottantanove anni. La sua tomba è al Cimitero Monumentale di Milano. Nel 1946, alla riapertura della Scala ricostruita dopo i bombardamenti, aveva diretto il concerto inaugurale davanti a tremila persone, in un teatro che tre anni prima non aveva più il tetto.
