Enrico Melozzi
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Niccolò Paganini. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Niccolò Paganini morì a Nizza il 27 maggio 1840, in una stanza affacciata sul porto, senza sacramenti. Negli ultimi giorni, divorato dalla malattia alla gola che gli aveva tolto la voce, rimandò più volte il prete: non credeva di stare morendo, dissero i suoi; non voleva morire da penitente, dissero gli altri. Il vescovo di Nizza scelse la seconda versione e negò la sepoltura in terra consacrata. Cominciò così il viaggio più grottesco della storia della musica: quello del cadavere del più grande violinista di sempre.

La salma, imbalsamata, restò per mesi nella casa di Nizza, poi in un lazzaretto, in una cantina, e la leggenda popolare ci ricamò sopra da subito: i pescatori raccontavano lamenti notturni e un violino che suonava dal sottosuolo. Il figlio Achille, che al padre dedicò metà della vita, la spostò a Villefranche, poi verso Genova, poi nella villa di Gaione, presso Parma, inseguendo per anni un permesso ecclesiastico che non arrivava. Solo nel 1876, trentasei anni dopo la morte, la Chiesa concesse la sepoltura religiosa, e nel 1896 Paganini trovò il posto definitivo nel cimitero monumentale di Parma, sotto un mausoleo da statista.

Il rifiuto del vescovo era il tornaconto finale di un investimento che Paganini stesso aveva curato per tutta la carriera: la leggenda del patto col diavolo. Alto, cadaverico, vestito di nero, con quelle dita impossibili che la medicina moderna spiega con una probabile iperlassità dei legamenti, aveva lasciato correre volentieri le voci: che la madre lo avesse consacrato al demonio, che la quarta corda fosse un budello di donna assassinata, che in certe sale qualcuno giurasse di aver visto il maligno suggerirgli l’arcata. Il marketing del soprannaturale riempiva i teatri d’Europa a prezzi mai visti. Ma i miti non si spengono a comando: quando servì un funerale, il diavolo presentò il conto.

C’è un dettaglio che completa il ritratto meglio di ogni leggenda: negli stessi anni in cui l’Europa lo credeva stregone, Paganini regalò ventimila franchi a un collega in difficoltà che si chiamava Hector Berlioz, con un biglietto in cui lo dichiarava erede di Beethoven. I mostri, da vicino, fanno spesso queste cose. Della sua morte senza esequie la storia della musica aveva già un precedente illustre; ma Vivaldi almeno fu sepolto subito. Paganini, che da vivo non ripeteva mai due volte lo stesso concerto, da morto fece l’ultima tournée: la più lunga, e l’unica che non aveva chiesto.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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