Vienna, 28 luglio 1741, casa di Agatha Waller sulla Kärntnerstraße. Il registro delle esequie di Santo Stefano, il Bahrleihbuch dell’anno, ai fogli 177v e 178r, annota un morto: «Antonius Vivaldi, sacerdote secolare, morto di infiammazione interna, di anni sessanta». Ne aveva sessantatré. Già la prima riga sbaglia.
Il conto è dettagliato come una fattura, perché è una fattura. Diciannove fiorini e quarantacinque carantani in tutto, di cui due fiorini e trentasei per il tocco delle campane piccole, e poi il drappo, la fossa, sei portatori, le lanterne, un’immagine sacra. Sepoltura allo Spitaller Gottsacker, il camposanto dell’ospedale civico alla Wieden, non nella cripta del Duomo. In un campo.
Su questo foglio si è costruita una favola che dura da settant’anni, quella del bambino di nove anni che avrebbe cantato al funerale, un certo Joseph Haydn, allora puer cantor a Santo Stefano. Nasce nel 1948, quando Marc Pincherle legge nel registro la parola Kuttenbuben e la traduce «enfants de chœur». Non erano chierichetti, erano sei uomini adulti in tonaca, pagati per portare e accompagnare in silenzio. E nessuno cantò, per la ragione più semplice che esista: nessun canto risulta pagato. A Vienna, nel 1741, la musica aveva un prezzo scritto sulla nota spese, e quello che non compare sulla nota non è successo.
Va corretta anche l’altra frase che tutti ripetono, quella della fossa comune come segno di miseria. Diciannove fiorini e quarantacinque carantani erano la spesa normale per un adulto viennese, e i funerali dei poveri erano gratis. Vivaldi non fu sepolto come un mendicante, fu sepolto come chiunque, che a pensarci bene è peggio. Non una disgrazia: un’indifferenza contabile.

Il punto però non è come è finito. È che era già sparito prima di morire, e che a sparire non fu la musica. Nel 1711 Estienne Roger stampa ad Amsterdam L’estro armonico, dodici concerti dedicati a Ferdinando de’ Medici, e pochi anni dopo, a Weimar, un organista li copia a mano e li riscrive per tastiera: sono i BWV 972, 976 e 978 per clavicembalo, i BWV 593 e 596 per organo, il 1065 per quattro clavicembali. L’organista è Bach, e la forma del concerto italiano gliela insegna un prete veneziano che non incontrerà mai.
Poi Vivaldi esce dal giro per due secoli, mentre quelle trascrizioni continuano a suonarsi sotto il nome di Bach. La musica sopravvive, la firma no. Quando le stampe, i teatri e le copie smettono di passarti la musica di mano in mano, quella musica resta scritta e smette di esistere, e la qualità non c’entra niente: il criterio non è mai stato quello.
Che in quel giro ci fosse stato, finché durò, lo dimostra un disegno. Roma, 1723, Pier Leone Ghezzi ritrae di profilo un uomo con un naso impossibile e scrive sotto: «Il Prete rosso Compositore di Musica che fece L’opera a Capranica del 1723». Il foglio è alla Biblioteca Vaticana, Ottoboniani latini 3114. Le caricature si fanno ai vivi che tutti riconoscono, e nel 1723 Vivaldi era uno che si riconosceva dal naso.
Il ritorno, quando arriva, ha una data e soprattutto un prezzo. Autunno 1926: Alberto Gentili insegna storia della musica all’Università di Torino, Luigi Torri dirige la Biblioteca Nazionale, e un collegio salesiano di San Carlo, nel Monferrato, deve finanziare dei lavori e mette in vendita la propria biblioteca musicale. Arrivano casse. Dentro ci sono volumi rilegati di concerti, opere, sonate, musica sacra, in gran parte autografi.

Un professore quei soldi non li ha. Li ha Roberto Foà, banchiere torinese, che compra e dona nel 1927, e la raccolta prende il nome del suo bambino morto: Mauro. Poi ci si accorge che manca metà delle carte, e l’archivista Faustino Curlo segue la traccia fino a Genova, a Giuseppe Maria Durazzo, erede di quel conte Giacomo che quei fogli li aveva raccolti nel Settecento. Tre anni di trattativa. Nel 1930 Durazzo cede per centomila lire, che paga Filippo Giordano, industriale tessile, e anche la seconda raccolta prende il nome di un bambino morto: Renzo. Data di consegna, 30 ottobre 1930.
Vale la pena rileggerlo. Oltre il novanta per cento degli autografi vivaldiani superstiti sta a Torino perché due padri che avevano sepolto un figlio hanno deciso di spendere lì, e non perché un ministero avesse una politica, o un bando avesse una scadenza. Due famiglie in lutto e un professore che non ha mollato.
Il resto viene di conseguenza, e con una data che dice più di qualsiasi commento: nel settembre 1939 Alfredo Casella organizza a Siena la prima Settimana Musicale Senese e ci mette dentro il Gloria, il Credo, lo Stabat Mater, L’Olimpiade, dal 16 al 21 settembre. Guardate cosa stava succedendo in Europa quella settimana. Il repertorio si riapre sempre nel momento sbagliato, perché il momento giusto non arriva mai.
Oggi il catalogo è aperto, schedato, digitalizzato e consultabile gratis. Vivaldi si attribuì novantaquattro opere teatrali, ne restano una ventina intere o a pezzi, e i concerti censiti sono circa cinquecento. In stagione ne giriamo quattro, i primi quattro dell’opera ottava, Il cimento dell’armonia e dell’inventione, stampato ad Amsterdam nel 1725. Quattro su cinquecento fa lo zero virgola otto per cento. Non manca la musica, manca chi la programma.
E vale la pena tenerlo a mente la prossima volta che qualcuno dice che il pubblico premia i capolavori e che il tempo fa giustizia. Il tempo non fa niente. Vivaldi non è tornato perché la sua musica era bella, era bella anche nei duecento anni in cui nessuno la suonava. È tornato perché qualcuno ha pagato le casse. La bellezza, da sola, non ha mai aperto un cartellone.
