Del violoncello dice che può fare tutto: cantare, piangere, ridere, urlare. E poi, soprattutto, parlare. Giovanni Sollima, palermitano, classe 1962, lo ha portato nel Sahara, sott’acqua e dentro un blocco di ghiaccio, che sotto il peso di quattro corde non si scioglie: esplode. Suona un Ruggieri costruito a Cremona nel 1679 e lo vede come una barca che viaggia nel tempo e nello spazio. Il mestiere lo ha imparato in casa, dal padre Eliodoro, compositore: prima le regole, poi la libertà di liberarsene. Nel marzo 2012, al Teatro Valle occupato, ha chiamato a raccolta con Enrico Melozzi i primi 100 Cellos, e dieci anni fa ha tenuto a battesimo l’Orchestra Notturna Clandestina. Domenica 15 novembre, alle ore 20, è in Sala Santa Cecilia per The Classical Rave Party. Che cosa suonerà, non lo sa ancora. Forse sarà una sorpresa.
Nel marzo 2012, al Teatro Valle occupato, tu ed Enrico avete chiamato i violoncellisti con un passaparola sui social: tre giorni di prove, poi un teatro pieno. Che cosa ricordi del primo istante in cui hai sentito suonare insieme tutti quegli strumenti?
Non c’erano le parti, e nemmeno la stampante. Ricordo un’improvvisazione libera e potente, che prendeva la pancia.
Nei 100 Cellos siedono sullo stesso palco solisti, studenti e amatori. Come si trova un suono comune quando accanto a un professionista c’è qualcuno che ha preso l’archetto in mano da due anni?
È l’amore.

Suoni un violoncello di Francesco Ruggieri costruito a Cremona nel 1679. Che cosa ti ha insegnato uno strumento che ha quasi trecentocinquant’anni, e che cosa pensi di avergli insegnato tu?
È un po’ come se mi avesse segnalato la presenza di un repertorio dimenticato e nascosto, che va dalla fine del Seicento al primo Ottocento. Gli anelli mancanti. Non so se gli ho insegnato qualcosa, ma di sicuro lo percepisco come una bellissima barca che viaggia nel tempo e nello spazio e, assieme a me, intercetta ogni genere di suono da più parti del mondo, anche quello immaginario. Quindi sì, è moderno!
Per N-Ice Cello hai suonato il violoncello di ghiaccio di Tim Linhart. Come cambia il gesto quando lo strumento si scioglie sotto le dita e ogni nota lo consuma un poco?
Cambia tantissimo. Il peso, il respiro, che può disturbare il ghiaccio stesso, i tempi di azione e reazione, più lenti, più morbidi, rotondi. È una dimensione quasi sciamanica. E più che sciogliersi, se si forma una crepa, esplode sotto il peso di quattro corde.
Hai studiato composizione con tuo padre Eliodoro. Qual è la cosa del mestiere che hai imparato in casa e che nessun conservatorio ti avrebbe dato?
Le regole, e liberarmene subito dopo. E affrontare ogni genere di musica senza chiusure, improvvisazione compresa. Papà mi ha insegnato anche a «vedere» la musica, a percepirne la componente visiva, o visionaria.
Hai raccontato che il mercato ti fa sentire a casa, a Palermo come a Istanbul o a Sydney. Quali voci della strada sono finite davvero nelle tue partiture, e come le hai trascritte?
Tutte. Ed è ancora così.
Nel 1993 hai scritto un Requiem per le vittime della mafia. Che cosa può fare una musica senza parole davanti a una ferita civile, e che cosa invece non può fare?
Le parole possono avere il limite della retorica. La musica è un gesto, un solco. Inequivocabile e potente.

Nel 2013 e nel 2014 hai diretto la Notte della Taranta, davanti a una piazza che balla. Che cosa ti ha insegnato la pizzica sul ritmo e sul corpo di chi ascolta, e che cosa ne hai portato nella musica scritta?
Ce l’ho ancora attaccata al corpo, dopo tanti anni. Mettere in notazione la musica popolare è quasi sempre un’esperienza difficile, e l’ho fatto in altre occasioni, nei luoghi più disparati, dai Balcani all’Australia. In realtà bisogna sintetizzare, con una notazione chiara e semplice, perché i dati sono tanti: il sistema intervallare, il ritmo, il testo, le parti improvvisate, le strofe, i versi, i bordoni o gli schemi armonici. E tutto in un paio di pentagrammi. Ho lavorato anche agli arrangiamenti, mai vincolanti né rigidi, aperti a rivisitazioni, a interventi improvvisati e a quant’altro. A suo tempo, annotando e archiviando, ho scritto una specie di «Salento Book» con duecento brani, forse di più, e non l’ho mai pubblicato. Sembra una mappa: si sente davvero che cosa ha portato l’Adriatico, dall’Albania, dalla Grecia, dalla Sicilia, e che cosa ha portato lo Ionio.
Hai suonato alla Carnegie Hall e alla Knitting Factory. Che differenza c’è, per le mani e per il respiro, fra un pubblico seduto in silenzio e uno che beve, parla e si muove?
Amo il pubblico che vive la musica senza rigidità, quindi quello che beve, parla e si muove. Ma in realtà non ho problemi con nessuno dei due, e il mio pubblico, adesso l’ho capito, è una sintesi perfetta di entrambi. Quando suono le Suite di Bach, fra chi ascolta trovo anche i metallari.
Le tue musiche sono passate per le mani di Yo-Yo Ma e per la voce di Patti Smith. C’è stata un’esecuzione che ti ha fatto scoprire nel tuo pezzo qualcosa che non sapevi di averci messo?
Diciamo che scopro nuovi indizi ogni volta, anche quando la mia musica la suono io. Di sicuro, tanti anni fa, mi ha sorpreso, felicemente, la chiave di lettura che Riccardo Muti ha dato di un mio lungo brano intitolato Passiuni.
A Torino, in Tucidide, Atene contro Melo, i cento violoncelli diventavano tamburi di guerra. Quando il violoncello smette di cantare e si fa percussione, che cosa succede al suo carattere?
Il violoncello può davvero evocare tutto. Sensuale, delicato, percussivo, intenso, distorto, rockettaro. Canta, piange, ride, urla. Parla.

Dal 2010 insegni all’Accademia di Santa Cecilia. In un giovane violoncellista che cosa correggi per primo: la tecnica, la postura o la paura?
La paura, se c’è. Poi cerco di capire la sua cifra, la sua vera voce. E anche i suoi desideri. Su quello lavoro.
Classica, rock e musiche del Mediterraneo convivono nel tuo lavoro da sempre. Il confine fra musica colta e popolare esiste ancora, o è rimasto solo nei programmi di sala e alle biglietterie?
È rimasto nella testa di chi non ha capito, o ha paura. Le biglietterie sono più avanti, il pubblico ancora più avanti. Ma io non ne parlo più. Ne parlavo trent’anni fa, e adesso mi pare ridicolo stare ancora a ragionarci. Faccio e basta. Forse lo dimostrano i miei programmi, che poi non sono neanche così nuovi.
Il 15 novembre sarai in Sala Santa Cecilia con l’Orchestra Notturna Clandestina. Che cosa suonerai, e che cosa ti aspetti da una sala da concerto che per una notte diventa un rave?
Mi aspetto un evento sano e liberatorio, come è sempre stato. Ho tenuto a battesimo la Clandestina dieci anni fa, e da quel live incredibile è nato anche un disco. C’è sempre bisogno di serate così, e qui mi ricollego alla domanda di prima. Che cosa suonerò non lo so ancora. Forse sarà una sorpresa.
C’è qualcosa che vuoi dire e che non ti abbiamo chiesto?
Come stai?
The Classical Rave Party, domenica 15 novembre 2026 alle ore 20, Sala Santa Cecilia, Auditorium Parco della Musica, Roma. Romaeuropa Festival.
