Enrico Melozzi
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Il Cavaliere John Taylor, oculista itinerante
John Taylor, che si faceva chiamare Cavaliere. Nato a Norwich intorno al 1703, operò Bach nel 1750 e Händel nel 1758.

Nella primavera del 1750 arrivò a Lipsia un inglese che si faceva chiamare Cavaliere. Viaggiava su una carrozza dipinta con occhi, si annunciava sui giornali con settimane di anticipo, parlava in pubblico un latino di sua invenzione. Si chiamava John Taylor, era nato a Norwich intorno al 1703, e la sua specialità era l’abbassamento del cristallino: un ago entra nell’occhio di lato, tocca la lente resa opaca dalla cataratta e la spinge indietro, fuori dall’asse della luce. La tecnica è antica di duemila anni, la conoscevano in India, e per qualche giorno funziona davvero. Poi, senza antisepsi e senza il modo di controllare la pressione interna, l’occhio si infetta o si indurisce, e quello che era buio parziale diventa buio pieno.

Taylor operò Johann Sebastian Bach due volte in pochi giorni. Salassi e purghe dopo, e un collirio di sua composizione a base di sangue di piccione, zucchero polverizzato e sale cotto. Poi ripartì, come sempre, prima che al paziente togliessero le bende. Bach non recuperò la vista, peggiorò per settimane, ebbe un ictus e morì il 28 luglio, a sessantacinque anni.

La fuga incompiuta dell Arte della fuga di Bach
La fuga incompiuta dell’Arte della fuga. Il Contrapunctus XIV si ferma poco dopo l’ingresso del tema si bemolle, la, do, si.

Sul manoscritto dell’Arte della fuga, dove il Contrapunctus XIV si interrompe di colpo nella misura in cui erano appena entrate le quattro note si-bemolle la do si, cioè B A C H, il figlio Carl Philipp Emanuel scrisse che su questa fuga l’autore era morto. La filologia del Novecento ha smontato la scena: quelle carte sono probabilmente anteriori alla malattia, e la fuga si ferma per ragioni che non hanno a che vedere con un uomo che spira sul rigo. Ma il segno resta, e chiunque abbia mai suonato quel passaggio sa cosa succede quando il suono si spegne a metà di un’entrata. Le mani restano ferme sui tasti e la sala non sa cosa fare.

Fin qui è una storia triste del Settecento, e la si potrebbe chiudere dicendo che erano altri tempi. La notizia è un’altra.

Nell’agosto del 1758, a Tunbridge Wells, lo stesso John Taylor mise le mani sugli occhi di Georg Friedrich Händel.

Ritratto di Georg Friedrich Haendel dipinto da Balthasar Denner
Händel nel ritratto di Balthasar Denner. Perdeva la vista dal 1751 e continuò a suonare l’organo in pubblico fino all’ultimo anno.

Bisogna essere precisi, perché la versione da leggenda gli fa un favore che non merita. Händel perdeva la vista da anni, almeno dal 1751, quando gli si guastò l’occhio sinistro mentre stava scrivendo Jephtha e lo annotò sulla partitura interrompendo il lavoro. Taylor non lo accecò. Intervenne quando la vista era già quasi persa, ultimo di più interventi e l’unico documentato con quel nome, e dopo quello non ci fu più niente da tentare. Händel morì il 14 aprile del 1759, otto giorni dopo aver diretto per l’ultima volta il Messiah a Covent Garden.

Adesso i fatti in fila. Due uomini nati lo stesso anno, a un mese e a centocinquanta chilometri di distanza, che non si erano mai incontrati e che il resto d’Europa considerava già allora i due poli della stessa arte, sono passati sotto lo stesso ago, tenuto dalla stessa mano, a otto anni di distanza. Non due chirurghi. Non due scuole. Un uomo solo.

Quando lo si racconta a un musicista, il primo istinto è non crederci. Il secondo è chiedere quanti altri.

Ritratto di Samuel Johnson dipinto da Joshua Reynolds, detto Blinking Sam
Samuel Johnson nel ritratto di Reynolds detto Blinking Sam, con il libro a pochi centimetri dagli occhi: da bambino la scrofola gli aveva tolto la vista dal sinistro.

Qui la risposta manca, ed è il punto in cui la storia smette di essere una curiosità. Taylor lavorò per quarant’anni attraversando l’Europa, e il suo metodo commerciale consisteva nel lasciare la città prima che i pazienti si accorgessero del risultato. In Svizzera, secondo le cronache dell’epoca, ammise di averne accecati a centinaia. Nessun registro. Nel 1755 papa Benedetto XIV gli riconobbe il titolo di Cavaliere, era stato oculista di re Giorgio II, e nel 1761 pubblicò in due volumi la propria autobiografia, dove si presenta come il più grande oculista d’Europa e racconta di aver curato re e principi. Fra i suoi pazienti compare anche lo storico Edward Gibbon. Samuel Johnson, che lo aveva incontrato, se ne sbarazzò dicendo che era un esempio di quanto lontano l’impudenza possa portare l’ignoranza.

Poi c’è la fine, e nessun romanziere si permetterebbe di scriverla così. John Taylor morì cieco. Le fonti che ne registrano la morte, fra il 1770 e il 1772, parlano di amaurosi, e non concordano nemmeno sulla città: Roma, Parigi o Praga. L’uomo che per quarant’anni si era fatto pagare per restituire la vista morì senza, in un posto che nessuno è riuscito a stabilire.

Un’ultima cosa, che non cambia niente e che però una volta sentita non si dimentica. L’uomo che ha accecato Bach e Händel si chiamava John Taylor, esattamente come il bassista dei Duran Duran. In quella band suonavano anche un Roger Taylor alla batteria e un Andy Taylor alla chitarra, tre Taylor senza il minimo grado di parentela fra loro, e il Roger Taylor che viene in mente a tutti, quello dei Queen, è un quarto Taylor ancora. Il cognome più diffuso d’Inghilterra ha attraversato tre secoli e ha cambiato mestiere: nel Settecento vendeva la vista, nel Novecento vendeva dischi.

Resta la domanda che ci interessa più della cronaca. Bach e Händel li conosciamo perché erano Bach e Händel. Ma quanti organisti di provincia, quanti maestri di cappella, quanti violinisti da orchestra di corte sono passati sotto quello stesso ago e hanno smesso di lavorare senza che il loro nome finisse su un rigo di giornale. Nel Settecento un musicista cieco non era un musicista con una difficoltà. Era un uomo senza mestiere, perché la parte si leggeva a prima vista e la copia arrivava la mattina della prova.

C’è un dettaglio che vale più di tutto il resto e che riguarda il mestiere, non la medicina. Händel, ormai cieco, continuò a comparire in pubblico per i concerti d’organo, e quello che suonava non era più scritto: improvvisava, perché era l’unica cosa che si poteva fare senza vedere. Il pubblico di Londra andava a sentire un uomo che aveva perso la vista e in cambio aveva riguadagnato la libertà di non avere una pagina davanti. Bach, negli stessi mesi in cui non poteva più correggere le proprie carte, continuò a lavorare dettando.

Nessuno dei due ha smesso. Hanno solo smesso di usare la penna.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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