Enrico Melozzi
0%

Jean-Philippe Rameau, ritratto attribuito a Jacques Aved. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

La prima frase è una dichiarazione di guerra: la musica è la scienza dei suoni. Con queste parole si apre il Traité de l’harmonie che Jean-Philippe Rameau pubblica a Parigi nel 1722, a trentotto anni, quando è ancora un organista di provincia senza un’opera all’attivo. Il libro lo renderà famoso prima delle sue musiche, e per una volta la fama ci ha visto giusto: è il trattato che ha organizzato il modo in cui l’Occidente pensa gli accordi, e per certi versi lo organizza ancora.

L’idea centrale è di quelle che sembrano ovvie dopo. Prima di Rameau, un accordo era un impasto di intervalli contati dal basso, e ogni disposizione faceva storia a sé. Rameau dice: no, Do-Mi-Sol, Mi-Sol-Do e Sol-Do-Mi sono lo stesso accordo in tre vestiti diversi, e il suo nome vero sta nella basse fondamentale, la radice, anche quando non è la nota più grave che si sente. Da questa intuizione discende tutta la teoria degli accordi e dei rivolti che si studia oggi in conservatorio, e pure il modo in cui un chitarrista pop legge le sigle: quando scrive Do sopra un pentagramma, sta usando Rameau senza saperlo.

Alessandro Baricco, nella Breve storia eretica della musica classica che sta nella biblioteca di Melos, chiama il Trattato la Bibbia dell’agricoltura musicale: il momento in cui i suoni smettono di essere raccolti dove capita e vengono recintati, catalogati, coltivati. La metafora è feconda perché tiene insieme le due facce dell’operazione. Da una parte il guadagno, enorme: una lingua armonica semplice, imparabile, con cui di lì a vent’anni chiunque in Europa poteva scrivere e capire musica, e su cui si costruirono la sinfonia e la forma sonata. Dall’altra la perdita: un mondo di suoni non classificati che da quel recinto rimase fuori, e di cui i contemporanei sentirono la mancanza subito, non tre secoli dopo.

Rameau passò il resto della vita a difendere e correggere il proprio sistema, litigando con mezzo secolo di intellettuali francesi, Rousseau in testa, e quindici anni dopo si prese anche la responsabilità che nessuno voleva: dichiarare che il temperamento equabile, quello che divide l’ottava in dodici parti uguali tutte leggermente stonate, era il male minore su cui fondare la pratica musicale. Aveva ragione, nel senso più brutale: è il sistema con cui è accordato ogni pianoforte che avete mai sentito. Il Trattato è nella biblioteca di Melos, nello scaffale delle partiture e dei trattati storici, in riproduzione dell’edizione originale: seicento pagine fitte che cominciano con una frase sola, e quella frase ha vinto.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
♪ Ascolta la mia musica
🇮🇹 IT ▾