Enrico Melozzi
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di Enrico Melozzi

Questa è la puntata cinque di tredici. La tesi sta nella puntata uno e non cambia. Quello che segue serve a provarla.

Vienna, Biblioteca nazionale austriaca, sala manoscritti. Chi ottiene di consultare la segnatura Mus. Hs. 17.561 arriva prima o poi al foglio che tutti vengono a vedere: il Lacrimosa. Otto battute. Gli archi che ondeggiano, il coro che sale due volte, il crescendo che si apre sull’ottava battuta, e poi il bianco. È l’immagine più potente della mitologia musicale occidentale: la penna che si ferma, la morte che entra nella pagina. Il visitatore commosso, però, di solito non fa la mossa che qualunque archivista farebbe: voltare il foglio.

Perché il documento, qui, è la sequenza fisica delle carte, e la sequenza dice una cosa precisa. Dopo il Lacrimosa interrotto, il manoscritto continua: il Domine Jesu, autografo, con le voci complete e il basso, la fuga del Quam olim scritta per intero; poi le Hostias, autografe anche loro, fino a quel rimando, quam olim da capo, da cui questa inchiesta è partita. Mozart, cioè, ha scritto musica che nella liturgia viene dopo il Lacrimosa, e l’ha scritta dopo essersi fermato all’ottava battuta. Non conosciamo con certezza assoluta l’ordine dei giorni di lavoro, e va detto con onestà: la datazione interna di una particella non è un orologio. Ma il quadro materiale è incompatibile con la scena del film: nessuna penna è caduta su quel foglio. L’uomo che lo ha lasciato in bianco è passato oltre, e ha continuato a lavorare.

Una pagina del manoscritto del Requiem
Le carte del Requiem: dopo il foglio interrotto, l’Offertorium autografo continua.

C’è un secondo documento, riemerso nel Novecento, che complica la leggenda e arricchisce il quadro: un foglio di schizzi oggi a Berlino, riconosciuto nel 1962 dal filologo Wolfgang Plath, che contiene tra l’altro l’abbozzo di una fuga sull’Amen, destinata con ogni evidenza a chiudere la sequenza dopo il Lacrimosa. Dunque Mozart non solo era andato avanti: aveva anche progettato, in forma d’appunto, come si sarebbe chiusa la sezione che il foglio bianco sembra lasciare nel vuoto. Il quadro che ne esce non è un uomo sorpreso dalla morte a metà frase: è un cantiere con più fronti aperti, dove una lacuna precisa convive con il progetto della sua chiusura.

E ora l’ipotesi, che va dichiarata come tale e come tale ripetuta, perché questo è il capitolo in cui la nostra inchiesta si espone di più. I fatti fin qui elencati sono documentali: l’interruzione all’ottava battuta, l’Offertorium autografo che segue, lo schizzo dell’Amen. Quella che segue è un’interpretazione, la nostra: Mozart si è fermato apposta. In un lavoro destinato alla firma di un altro, come la puntata quattro ha mostrato, le otto battute del Lacrimosa erano il punto in cui la consegna smetteva di essere mestiere e diventava dono: il pezzo più suo, quello che un compositore riconosce mentre gli esce dalla penna. L’ipotesi è che quel nucleo Mozart non volesse regalarlo al nome di Walsegg, e lo abbia messo da parte, sospeso, in attesa di un contesto in cui poterlo firmare. Non possiamo provare un’intenzione: le intenzioni non lasciano filigrane. Possiamo però osservare che l’ipotesi della sospensione volontaria spiega tutti i fatti materiali, mentre l’ipotesi della morte a metà frase è smentita dalle carte che vengono dopo.

Ritratto di Joseph Leopold Eybler
Joseph Eybler: orchestrò la sequenza sui fogli di Mozart fino al Lacrimosa, aggiunse due battute al Lacrimosa e restituì tutto. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Un indizio laterale merita di stare agli atti. Quando Constanze affidò i fogli a Joseph Eybler, il 21 dicembre 1791, il giovane orchestrò con sicurezza la sequenza sui pentagrammi lasciati vuoti da Mozart, fino al Lacrimosa; arrivato lì, scrisse due battute e si fermò, restituendo ogni cosa senza spiegazioni. Davanti agli altri movimenti, un professionista competente aveva trovato istruzioni sufficienti; davanti a quel foglio, il primo che ci provò sentì di trovarsi in un territorio diverso. Ognuno legga questo silenzio come crede: noi lo registriamo, senza caricarlo di più di quanto pesi.

L’ultimo fatto è una misura, e chiude la puntata. Otto battute di un coro omofonico con accompagnamento figurato contengono, per una bottega del 1791, tutto ciò che serve: la tonalità, il tema, il carattere, la condotta delle voci, il modello dell’accompagnamento. Otto battute sono quanto basta per dare l’indicazione a un copista, e non abbastanza per perdere il pezzo.

Questo capitolo fa parte dell’inchiesta di Enrico Melozzi sul Requiem. La puntata sei esce mercoledì 16 settembre alle 18:30, e misura, sillaba per sillaba, quarantasei battute scritte in una cittadina termale nel giugno del 1791.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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