di Enrico Melozzi
Questa è la puntata sette di tredici. La tesi sta nella puntata uno e non cambia. Quello che segue serve a provarla.
Salisburgo, sagrestia del Duomo, una domenica qualsiasi degli anni Settanta del Settecento. Prima della funzione, il maestro di cappella sceglie dalla dispensa musicale la messa del giorno: fascicoli usati, ricopiati, adattati, con i nomi dei movimenti sul dorso. Nessuno, in quella stanza, ha mai pensato che una messa sia un organismo intoccabile: è un servizio in sei portate, e le portate, all’occorrenza, si combinano. È in questa stanza mentale che bisogna entrare per leggere il documento di oggi, che non è una carta sola: è un messale, più una pila di partiture.

Il messale, per primo. La messa da requiem non è un rito a sé: è la messa, con i testi propri del lutto al posto di quelli del giorno. Ma tre dei suoi numeri appartengono all’ordinario, cioè alla parte che non cambia mai. Il Sanctus del Requiem, con il suo Osanna e il Benedictus, è parola per parola il Sanctus di qualsiasi messa: nessuna differenza, nessuna aggiunta, niente. L’Agnus Dei cambia soltanto la clausola: dove ogni messa dice miserere nobis e dona nobis pacem, il Requiem dice dona eis requiem e dona eis requiem sempiternam. Sillabe diverse in coda, e la puntata sei ha mostrato che le sillabe in coda si risillabano: lavoro da copista, misurabile in minuti. La conseguenza è brutale nella sua semplicità: musica scritta da Mozart per il Sanctus, il Benedictus e l’Agnus di una messa qualunque sta sopra i testi del Requiem senza toccare una nota, o quasi.
Restava da verificare l’obiezione seria, l’unica: le tonalità. Il Requiem abita il re minore, e il completamento storico chiede un Sanctus in re maggiore, un Benedictus in si bemolle maggiore, un Agnus Dei in re minore. Se la musica sacra di Mozart vivesse in orbite lontane da questi centri, il riuso resterebbe un’idea elegante e impraticabile. Per questo abbiamo costruito, partitura per partitura, la mappa tonale dei singoli movimenti delle messe complete, verificandola sulle schede enciclopediche e sulle edizioni; la tabella integrale entra nella biblioteca di Melos, e qui pubblichiamo le righe che decidono la questione.
| Messa | Impianto | Sanctus | Benedictus | Agnus Dei |
|---|---|---|---|---|
| K 49 (1768) | Sol magg. | Sol magg. | Do magg., soli | Mi min. |
| K 65 (1769) | Re min. | Re min. | Sol min., duetto | Re min. |
| K 194 (1774) | Re magg. | Re magg. | Sol magg. | Si min., poi Re |
| K 220 (1775-77) | Do magg. | Do magg. | Sol magg., soli | Do magg. |
| K 275 (1777) | Si bem. magg. | Si bem. magg. | Mi bem. magg. | Sol min. |
Leggiamola insieme, perché ogni riga lavora per noi. Prima: il Sanctus sta al tono d’impianto e il Benedictus se ne allontana, alla sottodominante o alla dominante, affidato ai solisti, con l’Osanna che rientra al tono: è la regola di casa, e il completamento storico del Requiem la rispetta alla lettera, segno che rispettava un’abitudine dell’autore. Seconda: l’Agnus Dei cerca il minore, il relativo o il modo scuro, in quattro casi su cinque: un Agnus in re minore non è un’anomalia da giustificare, è la norma applicata al Requiem. Terza, e decisiva: le tonalità richieste esistono già, fisicamente, nel catalogo. Un Sanctus di Mozart in re maggiore esiste: K 194. Movimenti di messa in si bemolle esistono: K 275 ne è piena. Un intero ordinario in re minore, Sanctus e Agnus compresi, esiste: K 65, scritto a dodici anni, e non proponiamo certo di travasarlo di peso nel Requiem; lo mettiamo agli atti perché dimostra che l’orbita liturgica del re minore era frequentata da Mozart, non un continente esotico. E per gli anni viennesi la prova è il Kyrie K 341, in re minore, con organico da Requiem: un pezzo che, lo diciamo subito per onestà di metodo, non serve come fonte di nessun Sanctus, perché ha il taglio, l’andamento e la distribuzione delle invocazioni di un Kyrie e di nient’altro. Serve come termometro: negli anni di Vienna Mozart scriveva liturgia in re minore, con quei colori.

Il ragionamento si chiude da solo. Testi identici o risillababili. Tonalità richieste che coincidono con l’orbita normale del catalogo sacro. Un autore che il travaso lo aveva già praticato in pubblico, come la puntata due ha documentato. E una bottega attrezzata per eseguirlo. Chi vuole sostenere che i tre numeri mancanti andassero comunque composti daccapo deve spiegare perché l’unica strada impossibile sarebbe proprio quella che il messale, il catalogo e la prassi rendevano la più naturale. Il materiale c’era, ed era compatibile.
Questo capitolo fa parte dell’inchiesta di Enrico Melozzi sul Requiem. La puntata otto esce martedì 22 settembre alle 18:30, ed entra nel Duomo di Santo Stefano con una domanda semplice: che cosa ci faceva lì Mozart, nel maggio del 1791?
