di Enrico Melozzi
Questa è la puntata otto di tredici. La tesi sta nella puntata uno e non cambia. Quello che segue serve a provarla.
Vienna, municipio, primavera 1791. Tra le suppliche che arrivano al Magistrato civico ce n’è una firmata Wolfgang Amadé Mozart, compositore di camera della corte imperiale. Non chiede denaro, ed è il punto su cui tutto il documento gira: chiede di essere nominato aggiunto, cioè assistente non retribuito, del maestro di cappella del Duomo di Santo Stefano, il vecchio e malato Leopold Hofmann, offrendosi di servirlo gratis in cambio di una sola clausola: il diritto di succedergli quando il posto si libererà. Il 9 maggio 1791 il Magistrato accoglie la domanda e firma il decreto. La carta esiste, protocollata negli atti civici viennesi, ed è tra i documenti più citati e meno meditati dell’ultimo anno di Mozart.
Perché meditarla conviene. Il posto di Kapellmeister di Santo Stefano era il vertice della musica sacra viennese: stipendio attorno ai duemila fiorini, più benefici, cioè il doppio abbondante di quanto Mozart prendeva dalla corte, e soprattutto una posizione istituzionale stabile, con una cappella, un organico, un calendario liturgico da nutrire ogni settimana dell’anno. Mozart, che aveva trentacinque anni e debiti in via di rientro, fece la mossa dell’uomo che pianifica: si mise in fila per il futuro, pagando l’anticamera con lavoro gratuito. Hofmann, per la cronaca, visse fino al 1793: la successione non arrivò mai. Ma nel maggio del 1791 nessuno poteva saperlo, e le decisioni si giudicano con le informazioni di chi le prende.

Il ragionamento di questa puntata smonta l’ultima trave della lettura romantica: l’idea che il Requiem piombi nella vita di un uomo di teatro ormai estraneo alla chiesa, come una convocazione dall’aldilà. Il calendario del 1791 racconta l’esatto contrario. In aprile Mozart supplica per Santo Stefano; il 9 maggio ottiene la nomina; cinque settimane dopo, il 17 giugno, a Baden, scrive l’Ave verum, il mottetto della puntata sei, il suo primo pezzo liturgico compiuto dopo anni; in estate arriva la commissione del conte, che conosciamo dalla puntata quattro. Il Requiem, dentro questa sequenza, non è un presagio: è un tassello. Un musicista che si è appena garantito la successione alla cappella più importante dell’impero sa che gli servirà, presto, un repertorio sacro suo: messe, mottetti, e, per i funerali che una cattedrale celebra di continuo, almeno una messa da requiem. La commissione anonima di Stuppach, vista da questa scrivania, era anche un’occasione di magazzino: musica funebre pagata da un altro, destinata alla firma di un altro, ma il cui materiale, nella testa di un uomo di bottega, sarebbe tornato utile alla carriera che stava costruendo. Non possiamo dimostrare questo pensiero, e non lo spacciamo per documento: ma possiamo dimostrare, carte alla mano, che il contesto in cui il Requiem nacque era una vita che stava rientrando in chiesa dalla porta principale, con tanto di protocollo municipale.
C’è anche una conferma esterna, e viene dai testimoni della cerchia: negli ultimi mesi Mozart parlava della musica sacra come del suo prossimo territorio, e la vedova stessa, negli anni seguenti, raccontò l’entusiasmo con cui il marito guardava al nuovo incarico. Sono testimonianze di parte, come quasi tutto ciò che Constanze toccò, e la puntata nove farà i conti, letteralmente, con la sua gestione della memoria. Ma qui convergono con le carte, e quando le carte e i testimoni dicono la stessa cosa, l’inchiesta registra.
L’ultimo fatto sta in un intervallo di trentanove giorni. Il 9 maggio 1791 Mozart ottiene, su sua richiesta e gratis, un posto nella chiesa più importante di Vienna. Cinque settimane dopo scriveva l’Ave verum.
Questo capitolo fa parte dell’inchiesta di Enrico Melozzi sul Requiem. La puntata nove esce venerdì 25 settembre alle 18:30, e apre un libro che nessuno apre volentieri: il registro dei conti della vedova.
