del Coro di Melos, comitato tecnico-scientifico
Arturo Toscanini a Milano, 1953. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).
Questa rivista ammira Arturo Toscanini senza riserve, e proprio per questo può permettersi la frase che segue: con lui il teatro musicale è diventato un museo, e noi viviamo ancora dentro quel museo.
Prima di Toscanini il teatro d’opera era un organismo vivo e piuttosto sguaiato. Si applaudiva a metà aria, si chiedeva il bis, si tagliava, si aggiungeva, si adattava la partitura alla serata e ai cantanti. Il repertorio era un flusso: le novità si divoravano, i titoli invecchiavano e sparivano. Toscanini, con una determinazione morale che nessuno aveva avuto, imposte le regole che oggi ci sembrano il galateo eterno della musica colta: si esegue com’è scritto, tutto, senza tagli e senza bis; le luci in sala si spengono; il pubblico tace dall’inizio alla fine; il capolavoro non si tocca. Sono regole giuste, una per una. Sommate, hanno cambiato la natura del luogo: il teatro ha smesso di essere una piazza e ha cominciato a essere una teca.
Il risultato lo misuriamo ogni sera. Il repertorio si è chiuso: la classifica si è congelata attorno agli stessi cinquanta titoli, e l’opera più giovane tra quelle che riempiono le sale del mondo ha appena compiuto cent’anni. Ma il danno più sottile è un altro, ed è psicologico. Davanti a una teca ci si comporta da visitatori: si teme di toccare, si teme di sbagliare, si teme soprattutto di non essere all’altezza. È qui che nasce la frase che chiunque lavori in musica si sente ripetere da decenni: io la musica classica non la capisco. Nessuno dice così di un film o di un romanzo. Lo si dice della musica perché il museo, con la sua liturgia, ha convinto tre generazioni che per entrare servisse un esame.
La posizione di Melos è nota e la ripetiamo: non c’è nessun esame. Il pubblico non deve capire, deve lasciarsi trasportare; il capire, se arriva, è un piacere supplementare, non un biglietto d’ingresso. E il museo non si abbatte, si apre: le teche vanno benissimo per conservare, purché accanto ci sia l’officina che produce il repertorio di dopodomani. Toscanini consegnò al Novecento partiture finalmente rispettate: il compito nostro è consegnare al secolo un pubblico finalmente disinvolto. Le due fedeltà non si escludono. Anzi, la seconda è il modo adulto di onorare la prima.
