Enrico Melozzi
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di Enrico Melozzi

Questa è la puntata dodici di tredici. La tesi sta nella puntata uno e non cambia. Quello che segue serve a provarla.

L’ultima pagina della partitura di lavoro del Requiem K 626. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Vienna, dicembre 1791. Mozart è morto il 5, e la vedova ha per le mani il problema che questa inchiesta ha misurato in fiorini nella puntata sui conti: un requiem pagato a metà va consegnato finito, o il saldo sfuma e l’anticipo rischia di dover tornare indietro. Ed ecco il dettaglio che quasi nessuna versione romantica racconta: il primo nome sul completamento non è quello di Süssmayr. Il 21 dicembre 1791, sedici giorni dopo la morte, Joseph Eybler, ventiseienne, stimato in casa al punto che Mozart gli aveva firmato nel 1790 un attestato di raccomandazione, sottoscrive alla vedova una dichiarazione formale: completerà la messa da morto entro la metà della quaresima. Orchestra alcuni movimenti, arriva al Lacrimosa, aggiunge due battute, si ferma, restituisce i fascicoli. Non spiegherà mai il perché.

Ritratto di Joseph Leopold Eybler
Joseph Leopold Eybler, il primo chiamato: firmò l’impegno il 21 dicembre 1791 e restituì i fascicoli. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

La domanda vera di questa puntata è un’altra, ed è una domanda da inchiesta: perché non subito Süssmayr? L’uomo che aveva copiato per Mozart, che gli aveva steso i recitativi della Clemenza come s’è visto nella puntata sulla bottega, che era stato a Baden accanto a Constanze come s’è visto due puntate fa, che per sua stessa lettera del 1800 aveva discusso spessissimo con Mozart l’elaborazione del lavoro: il candidato naturale, scavalcato per un esterno. Nessun documento risponde. Le ipotesi sul tavolo sono due, e non si escludono: una freddezza recente tra la vedova e il factotum, di quelle che i silenzi posteriori di casa Mozart rendono plausibili; oppure il calcolo di affidare l’opera a un nome più presentabile, salvo ripiegare sull’uomo di casa quando l’esterno si tirò indietro. Comunque sia andata, i fascicoli tornarono al tavolo di famiglia. Le cose delicate, in quella casa, finivano sempre lì.

Quello che Süssmayr consegnò, l’inchiesta lo ha già stabilito nelle puntate musicali: il Lacrimosa portato a termine dalla nona battuta, e i tre numeri mancanti, Sanctus, Benedictus, Agnus Dei, che la puntata sette ha mostrato costruiti sul testo fisso della messa e sulla dispensa del materiale mozartiano esistente. Qui interessa il come. La grafia musicale di Süssmayr somigliava a quella di Mozart al punto da ingannare, per generazioni, copisti, editori e studiosi: un talento da bottega, allenato a otto ore al giorno di ricopiatura, che rese la partitura consegnata visivamente omogenea. Su quella somiglianza si reggerà per decenni il commercio dell’autografo.

Pagina autografa di Franz Xaver Süssmayr, aria Perché mai ben mio
La mano di Süssmayr: una pagina autografa dell’aria Perché mai ben mio. British Library, Add MS 32181, via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Poi c’è la firma, e qui la parola bottega non basta più. Sul frontespizio della partitura consegnata al conte Walsegg, quello dei giochi di società della puntata quattro, sta scritto: di me W. A. Mozart mpria, con la data 1792. Mozart, nel 1792, era morto da settimane. Gli studi sulla grafia attribuiscono quella firma, con ogni probabilità, alla mano di Süssmayr. Il conte ricevette un capolavoro compiuto e autografo, pagò il saldo, e per la contabilità della vedova la commissione risultò onorata. Una firma apocrifa su un’opera venduta come autografa: se cercavate il momento esatto in cui la versione romantica del Requiem nasce da un atto commerciale, è questo.

Annotazione Quam olim da capo di mano di Mozart
Quam olim da capo: l’istruzione di riuso scritta da Mozart in coda all’Hostias. La consegna prevedeva di ripetere, non di inventare. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

E Süssmayr? Il registro dei suoi compensi in denaro, dalla vedova, non esiste: i fiorini della commissione, come s’è visto, presero altre strade. Ma il pagamento arrivò lo stesso, in una moneta migliore. Nel 1792 il giovane risulta perfezionarsi con Salieri, il maestro di cappella dell’imperatore. Nel 1794 è maestro di cappella dell’opera tedesca al teatro di corte, il Kärntnertortheater, e il suo singspiel Der Spiegel von Arkadien è uno dei successi viennesi dell’anno. Il copista di casa Mozart, in tre anni, è diventato un funzionario musicale dell’impero. E quando nel 1800 gli editori di Lipsia gli chiedono conto del Requiem, può firmare la lettera in cui rivendica tre numeri interi della composizione sacra più celebre d’Europa. La versione del Requiem che il mondo canterà per due secoli, fino alla fila di ricostruttori della prossima puntata, porta in ogni battuta la sua mano.

Il Kärntnertortheater di Vienna in una veduta di Karl Wenzel Zajicek
Il Kärntnertortheater, dove Süssmayr arrivò maestro di cappella dell’opera tedesca nel 1794. Veduta di Karl Wenzel Zajicek, via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Il finale della sua storia è rapido e senza gloria. Con la vedova i rapporti si guastano: negli anni delle edizioni Constanze ne ridimensiona l’apporto a ogni occasione utile, e la biografia di famiglia, come s’è visto nella puntata precedente, lo consegnerà quasi al silenzio. Muore il 17 settembre 1803, a trentasette anni, e il registro dei decessi annota la causa: Lungensucht, la consunzione dei polmoni. Non vide né il mito romantico del Requiem né la fama postuma del proprio nome, che oggi ogni programma di sala del mondo stampa accanto a quello di Mozart, quasi sempre con la qualifica sbagliata: l’allievo. Le carte raccontano un’altra cosa: il ragazzo di casa, quello delle burle nelle lettere, dei nomi nel registro battesimale e della firma sul frontespizio.

Per la tesi di questa inchiesta, il bilancio è netto. Il completamento del Requiem non fu un salvataggio disperato affidato al primo venuto: fu un’operazione domestica, tenuta dentro il perimetro della famiglia e della bottega, esattamente come la consegna che Mozart aveva impostato da vivo. Se i tre numeri dovevano essere ricavati da musica di Mozart già esistente, come questa inchiesta sostiene dalla puntata uno, l’uomo giusto per farlo era quello che conosceva la dispensa di casa meglio di chiunque. La scelta di Süssmayr non è il ripiego che la leggenda racconta: è l’ultima conferma che il Requiem era una consegna da onorare, non una reliquia da venerare.

Questo capitolo fa parte dell’inchiesta di Enrico Melozzi sul Requiem. La puntata tredici, l’ultima, esce mercoledì 7 ottobre alle 18:30: più di due secoli di ricostruzioni, e l’annuncio di quella che manca. L’inchiesta resta raccolta, per intero e per sempre, nella sua pagina permanente.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
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