Enrico Melozzi
0%

del Coro di Melos, comitato tecnico-scientifico

James Gillray, «The Pic-Nic Orchestra», 1802. Via Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Questo mese abbiamo raccontato, una per una, le stagioni 2026/27 dei grandi teatri e delle grandi orchestre: Scala, Santa Cecilia, Opera di Roma, Fenice, San Carlo, Regio di Torino, Maggio. Ora facciamo l’operazione che i comunicati stampa non fanno mai: contiamo i vivi.

Il conto è presto fatto, sui titoli d’opera annunciati. Alla Scala, tredici titoli: un solo autore vivente in cartellone, John Adams, con un’opera scritta quarant’anni fa. A Roma, undici titoli più il Teatro Nazionale: le opere di viventi stanno nella sala piccola, con una prima assoluta, e il palco grande apre almeno con Stravinskij. A Napoli, il gesto più interessante dell’anno, l’Usher di Debussy completato dal vivente Alessandro Solbiati. A Venezia, Torino e Firenze, su una trentina di titoli complessivi, gli autori respiranti si contano sulle dita di una mano monca. Aggregando: sui grandi palchi italiani, nella stagione 2026/27, la musica di persone vive occupa attorno al cinque per cento dei titoli d’opera, e quasi mai la sera dell’inaugurazione. Il teatro di prosa, per legge, deve fare di più; il cinema sarebbe fallito da un secolo con queste proporzioni; perfino i musei comprano arte contemporanea.

Le ragioni le conosciamo e non sono stupide: il botteghino, il rischio, un pubblico che si fida del già sentito, il museo che Toscanini ci ha lasciato in eredità. Ma la conseguenza è una stranezza storica assoluta: siamo la prima epoca, nella storia di quest’arte, in cui il repertorio corrente non contiene il presente. Verdi divideva il cartellone coi contemporanei, il verismo nacque da un concorso per esordienti, e Turandot, la più giovane delle opere di massa, ha compiuto cento anni. Se il flusso non riparte, tra un secolo i cartelloni saranno identici a oggi, e la cosa dovrebbe spaventare prima di tutto chi ama i morti: perché il grande repertorio di ieri era il contemporaneo di allora, e un sistema che non produce futuri classici sta esaurendo la propria miniera.

Le proposte le abbiamo scritte, nero su bianco, ne L’opera dei vivi: quote graduali, un fondo per le commissioni e le riprese, un festival che faccia per la lirica quello che Sanremo fa per la canzone. Qui aggiungiamo solo l’invito operativo per il lettore: quest’anno, dentro il vostro abbonamento, scegliete almeno una serata di musica scritta da qualcuno che potrebbe leggervi. Non per beneficenza: per curiosità, che è il motivo per cui esiste tutto il resto del cartellone. I morti, fidatevi, non se la prenderanno. Erano vivi anche loro, quando contavano davvero.

Il testo è delIl Coro di Melos di Melos
♪ Ascolta la mia musica
🇮🇹 IT ▾